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LE EPIDEMIE A PRATO: RIFLESSIONI STORICHE DI FABRIZIO TRALLORI – III

Il terzo contributo di Fabrizio Trallori – storico del gruppo “Passeggiate tra Storia e Natura” del Circolo “I Risorti” – alla rifessione sulle epidemie nella storia della nostra città: Prato 1630: A morbo, libera nos, Domine (Parte 2)
Cristofano di Giulio Ceffini, un contabile contro la Peste “manzoniana”: ignis, furca, aurum sunt medicina mali

“...e non pensi niuno, quando incomincia la peste in una Città, che ella abbia ad andare attorno sur un carro dipinto di ossa, e di teschi, tirato da cavalli neri più che pece, con volto mostruoso, ed orribile, a guisa di una Furia, e di una Medusa, crinita di serpentelli, e di ceraste (vipere), facendo diventare di marmo, o infettando la gente, che la rincontra, con un suono di tromba avanti, che dica fuggite via ratti, ecco la peste. Quando si vede, che in una casa muoiono tutti, e che da quella si appicca in un’altra, a chi vi ha praticato, o avuto commerzio, e questi la comunicano a degli altri, allora quella è peste, contagio, o infezione, che dir vogliamo. Ma è difficile ravvisare in un gran prato, fra molte altre, un’erba, quando è tenera, e che spunta dalla terra, lo fa appena chi ne ha grandissima pratica: così in una Città, ove sono tante malattie, è difficile conoscere quando nasce quest’erba così velenosa della peste, oltreche l’uomo è solito dar facil credenza a quello, che vorrebbe, e di leggieri (di conseguenza) inganna se stesso, e si pessuade la parte più felice.” (dalla “Relazione del contagio stato in Firenze 1630”. n.e. Firenze 1714).

Cristofano Ceffini non era un medico, ma un agiato pratese (nella Decima Granducale del 1621 era stato tassato per poco più di 6 fiorini, mentre i più ricchi pagavano al fisco circa 8 fiorini: era perciò tra i 30 pratesi più ricchi del suo tempo) che aveva avuto anche esperienze di tipo amministrativo (nel 1629 era stato eletto Gonfaloniere di Prato per il bimestre marzo-aprile e dal primo settembre alla fine d’ottobre fu uno degli otto priori cittadini) e contabile (sostituto provveditore di palazzo alla fine di ottobre 1629).
Quando, il 3 agosto 1630, Prato si sentì ormai assediata dalla Peste, i consigli cittadini decisero di portare da quattro a otto gli Ufficiali di sanità ma trovarono difficoltà a reperire candidati: carica, infatti, non solo era molto rischiosa per la necessità di trovarsi ad operare a contatto con la malattia o potenziali infetti, ma anche chiedeva al candidato di assumersi grandi responsabilità perché da quelle decisioni poteva dipendere il futuro dell’intera comunità; infine la carica non era remunerata e per questo portò molti insigni pratesi a rifiutare con garbo ma fermamente l’incarico. L’unico che accettò l’invito del governo cittadino fu appunto Cristofano che l’11 dicembre, con la Peste ormai in citta da un paio di mesi, fu nominato Provveditore alla sanità: la sua battaglia contro la Peste era ufficialmente cominciata (gli fu riconosciuto anche un piccolo stipendio, 8 scudi al mese, la paga di un becchino).
I doveri del Provveditore erano ben specificati dall’atto di nomina: prima di tutto doveva occuparsi del lazzaretto e del convalescenziario affinché fossero provvisti di tutto il necessario per la cura dei malati (e badare che i malati fossero effettivamente condotti al lazzaretto); poi doveva assicurarsi che tutti gli infetti e i potenziali infetti fossero reclusi in casa dove dovevano ricevere il cibo (e di conseguenza assicurarsi che tutti pagassero la quota stabilita dal governo cittadino per essere mantenuti); di controllare al termine dei 22-30 giorni previsti dalla quarantena l’effettivo stato di salute degli abitanti della casa per evitare che qualcuno continuasse a ricevere gli aiuti della comunità anche una volta guarito; doveva assicurarsi altresì che le deliberazioni del governo cittadino fossero realmente messe in esecuzione e, in caso negativo, farle eseguire; doveva infine “sovrintendere che chi serve la sanità faccia l’offitio suo et che li malati et li convalescenti siano ben trattati e che li morti abbino aggiustata sepoltura e fare eseguire altre cose simili”.
In particolare si raccomandava al provveditore di controllare le spese per i sussidi alle famiglie in quarantena, soprattutto per quanto riguardava l’alimentazione.

Altri suggerimenti su come combattere la peste furono dati al Granduca dall’Arcivescovo di Firenze Cosimo dei Bardi che, forte dell’esperienza nell’aver affrontato la peste ad Avignone pochi anni prima, aveva scritto a tutti i curati, i pievano e gli abati del contado e distretto fiorentino per dar loro utili consigli, divenuti poi decreto granducale “per ammaestramento di quei che verranno”: “che i becchini esposti mangiassero spesso cose preservative dal contagio, come noci, frutta, fichi secchi e simili, bevendo vini generosi e pigliando la sera avanti che profumassero le case, pillole di rufo (pillole a base di aloe incenso e mirra pestati con vino rosso “odoroso”) o simili preservativi: innanzi e dopo maneggiassero robe infette si lavassero con aceto fortissimo i volti, le narici, le tempie e sotto le ditella; entrando nella camera infetta si tappassero la bocca ed il naso con un fazzoletto bagnato nell’aceto statovi dell’aglio in infusione, tenendo in bocca radice di erba angelica, cedro, garofani, e simili: e portando in mano una facellina accesa, composta di legni odoriferi, come ginepro, ramerino, lauro, e sermenti di vite, sparsavi sopra pece greca, e salnitrio con zolfo; entrati in camera aprano le finestre, facendo nel mezo un buon fuoco, dove si trattengano, ovvero aspettino fuori, tanto che l’aria si purghi; fatto questo, il medesimo giorno, o se il tempo lo permettesse, il secondo, abbrucino tutto quello che ha servito immediatamente agli appestati, cioè panni di dosso, il letto e vasi di qualsivoglia sorta di terra, o di vetro, impiastri e medicamenti, facendo diligente nota di tutto quello che si abbrucia, perché possa essere restituito alli eredi, avvertendo mentre che maneggiano queste masserizie di far meno polvere che sia possibile, per utilità propria; i panni lini, che non hanno servito immediatamente all’
infetto, per tre giorni si gettino nel ranno, poi s’imbucatino lavandoli nell’acqua corrente, e stati al sole, ed al vento per sette o otto giorni, avanti si portino si faccia loro un altro bucato; le materasse, guanciali, e simili, che non si possono lavare, dopo averli scamatati, si spurghino all’aria 20 giorni, ogni di rivoltandoli, e scamatandoli; i mobili di ferro, rame, legnami da letto, casse si lavino con aceto bollente, o pure con ranno fortissimo, la camera dell’ammalato si purgherà col gettarvi nel mezzo calcina viva e spegnerla con aceto, o con ranno, e dopo per tre mattine annaffiarla con aceto, e imbiancandola con fior di calcina; tengansi di giorno le finestre aperte, e la notte serrate, profumando ogni sera con Ginepro, Ramerino, o Alloro; i mobili preziosi e cose, che non si possono lavare si tengano all’aria per otte giorni, spesso tramutandoli: l’Oro ed Argento, tanto in moneta come in ornamenti, e tutte le gioie si lavino con acqua pura, e poi si mettano in un vaso di rame con acqua a riscaldare: i grani e biade basterà sian mutati tre o quattro volte da una banda all’altra della stanza dove si ritrovano; le botti ed altri vasi si lavino di fuori con aceto, o ranno, facendoli poi attorno una fumata con paglia; le scritture si profumino diligentemente, e nei luoghi si getti gran quantità di acqua, e di più assai calcina viva; se in qualche orto fosse sotterrato un infetto si getti sopra per tre volte, ogni settimana, calcina viva, spenta con aceto o ranno, senza muovere la terra, e poi vi si faccia un monte di sassi […]”.

Un altro problema era organizzare la distribuzione del cibo a coloro che erano in quarantena nelle case. A Firenze, in quei giorni, i documenti ci dicono che “la distribuzione del vivere si faceva la mattina per tempissimo, e quello che era dato a chi prendeva il sussidio, si chiamava razione, ed era questa; due pani di una libbra l’uno (la libbra, sul territorio fiorentino, era equivalente a circa 340 gr.), e spesse vol te uno biscottato, che tornava di peso circa l’ott’oncie (12 once equivalevano a una libbra, per cui il pane biscottato era di peso di circa 230gr.) e questo per sanità; una mezzetta di vino (poco più di mezzo litro); carne una mezza libbra, tre volte la settimana (la domenica, il lunedì e il giovedì; il martedì della salsiccia; mercoledì, venerdì, e sabato quattr’oncie di riso; quattr’oncie di olio la settimana; quattr’oncie di sale; un mezzo stajo di brace; quattro fascine, ovvero sette pezzi di legne grosse; e un quartuccio d’aceto; a ogni casa una granata, e un mazzo di zolfanelli, e il Venerdì del Carnevale si diede dell’uova, e spesse volte i giorni magri, cacio due oncie per testa, e dell’ insalata, e qualche volta del ginepro, cipresso, e pino per ardere, e fare odore. Per ogni strada si deputarono due pagati, i quali portassero l’acqua a quelli che non avevano pozzo in casa, acciocché non uscissero per alcuna cagione. si distribuiva giorno per giorno, e al più un dì per l’altro, perché i riserrati non consumassero in una volta quello che aveva a servire più giorni”.
Anche a Prato, come in tutte le altre comunità toccate dall’epidemia (che nell’Italia post-medievale erano ricorrenti solo per restare in Toscana, epidemie di peste si erano ripetute, dopo il 1348, nel 1374, nel 1383, nel 1400, nel 1411, 1423-24, 1430, 1437-38, 1449-50, 1465-67, 1478, 1495, 1498, 1509, 1522-1528) il vitto per coloro che erano in quarantena fu uno dei principali problemi che si dovevano affrontare in tempo di Peste, anche perché, considerata la miseria generale, erano in molti quelli che rimanevano in casa dopo la scadenza della quarantena per godere del cibo fornito dalla comunità; inoltre c’era chi cercava di approfittare della situazione non denunciando i decessi: in tal modo l’amministrazione continuava a pagare per dei “fantasmi” nati dall’accordo tra i parenti del defunto e l’ufficiale addetto alla consegna del vitto che si spartivano i proventi della frode.
I provvedimenti presi da Cristofano a questo riguardo furono rigorosi: fece riaprire le case di chi aveva già trascorso il periodo di quarantena, ridusse prima di un quarto e poi della metà (da 13 soldi e 1/3 per il vitto giornaliero, ordinò che tuti coloro che avevano modo di sostentarsi con le proprie tasche fossero esentati dal sussidio pubblico “per sollevare in parte da tanta spesa la comunità”, così come non avrebbero più goduto dei pasti pagati con il denaro del pubblico erario tutti coloro che, infetti, si fossero rifiutati di andare al lazzaretto “per dare maggiore animo a’ poveri di andare al lazzaretto”. Vennero prese anche alcune drastiche decisioni riguardo all’impedire il diffondersi del contagio: rinchiudere in casa non solo i malati ma anche i sospetti per una quarantena di 22 giorni; obbligare a rimanere al lazzaretto tutti i contagiati (a sant’Anna, però, non ne vennero mai ospitati più di 60); mandare i sopravvissuti per altri 22 giorni al convalescenziario di Villa Vai.
A questo proposito, però, Cristofano si trovò ad affrontare un nuovo problema, evidentissimo nel momento più cupo dell’epidemia (tra il gennaio ed il giugno 1631), dato dall’impossibilità di ospitare nel lazzaretto tutti coloro che ne avevano bisogno e dall’altra di non poter mandare al convalescenziario tutti quelli che avevano passato la fase più acuta della malattia: il 25 febbraio 1631 il podestà di Prato informava il governo fiorentino che “nel lazzaretto sono 44 malati e nella convalescenza 5, che di questi 35 sono in grado che si potrebbero licenziare” ma che non si era potuto dimettere perché mancavano i soldi per comprare loro vestiti nuovi (abiti usati avrebbero potuto essere motivo di contagio) “dopo che si era abbruciato loro i vecchi”. La prassi, infatti, voleva che i dimessi, prima di lasciare il lazzaretto, dovessero essere lavati accuratamente, “abbruciatili tutti i lor panni di dosso e rivestiti di nuovo da capo a piedi e datoli a elemosina s. 10 per ciascuno”, ma le ristrettezze in cui versavano le casse pubbliche permettevano solo in teoria questo procedimento e così non potevano essere effettuate le dimissioni in modo “regolare”, creando sovraffollamento a sant’Anna. Così furono spediti al convalescenziario pazienti probabilmente non ancora guariti del tutto, talvolta rivestiti degli stessi abiti con cui si erano recati al lazzaretto e non tutti i convalescenti, per conseguenza, rispettarono la quarantena di 22 giorni “intuppandosi in molte difficoltà nel vitto”.

Il grosso problema di Cristofano infatti non era solo la malattia, ma l’Ospedale della Misericordia da cui dipendeva la gestione del lazzaretto per le masserizie, i viveri e gli arredi. L’Ospedale era gestito da un governatore di nomina granducale, cioè fiorentina e a quel tempo la carica era ricoperta da Andrea Martinazzi, il quale sembra fosse ampiamente dotato di tutta quella superbia fiorentina verso i “provincialotti”, i “veniticci” del contado e delle comunità soggette tanto da lesinare gli aiuti al lazzaretto (vitto, legna “per abbruciare i panni dei convalescenti”, e soprattutto, medicinali”). Per fortuna Cristofano era riuscito, risparmiando sul vitto, riparando agli abusi a questa legati pratica come detto sopra e favorendo iniziative tese a trovare sostegni economici ed aiuti per il lazzaretto ed il convalescenziario: chiedendo a tutti i pratesi di darsi daffare per trovare “robbe e denari” riuscì a costituire un piccolo fondo speciale con cui si provvide ad acquistare tutto ciò che necessitava a sant’Anna (cibo, medicine, coperte e legna). Lui stesso, con due aiutanti, si recò in prima persona a fare la questua casa per casa, sensibilizzando i pratesi prima sulla necessità di spostare il lazzaretto fuori dalle mura cittadine, poi per sostentare i malati ospitati nella struttura: tra il dicembre 1630 ed la fine del mese di gennaio, Cristofano riuscì a spedire a sant’Anna:
Una coltrice (materasso) di penna usata
Tre panni da letto
Quattro coperte da letto
Otto materasse di capecchio (filaccia di lana o lino)
Un lenzuolo grande e buono
Una materassa di lana
Due sacconi usati (materasso fatto di sacco riempito di paglia o cenci)
Undici sacconi nuovi
Ventidue lenzuola
Tre legname da letto (strutture in legno per il letto)
Tre primacci (cuscini)

Al chirurgo si sant’Anna fu destinato un letto di legno, il materasso di piume, il materasso di capecchio, un cuscino ed un paio di lenzuola, mentre il resto fu mandato al convalescenziario.
Oltre a queste cose i pratesi portarono anche cose che Cristofano definisce “cattive”, cioè in pessimo stato di conservazione o potenzialmente infette, che vennero perciò bruciate sul greto del Bisenzio. Infine frutto della cerca fu anche una somma tutto sommato importante: 166 lire e 10 soldi (un certo Francesco Bizzocchi fu il donatore più generoso con 21 lire). Altro denaro venne dalla vicenda giudiziaria di Sabatino da Colonica e simone da Fossi: i due, sorpresi mentre cercavano di entrare in Prato senza passaporto sanitario, erano stati condannati a due tratti di corda, ma per evitare la condanna si dichiararono pronti a pagare. La muta di 70 lire loro inflitta andò ad rendere più consistente la somma a disposizione per i malati di sant’Anna.

Le cose rimasero però precarie anche perché con il Martinazzi le incomprensioni erano tali da costringere, nel giugno del 1631, il Consiglio del Comune di Prato (con lettera sottoscritta dallo stesso podestà) ad informare della situazione il governo granducale che però non prese provvedimenti: così alla fine dello stesso mese di giugno, “mancando agli ammalati ed a convalescenti molte cose necessarie” si fece avanti una confraternita laica, la Veneranda Confraternita del Pellegrino che propose, agli ufficiali pratesi di assumersi l’incarico, come opera di carità, di farsi carico del lazzaretto e del convalescenziario affinché gli ospiti delle due strutture “havessero vitto, fuoco e medicamenti a bastanza”.

Ma ormai l’epidemia era nella sua fase di decrescita: il 21 settembre 1631 la Veneranda Confraternita del Pellegrino fu in grado di restituire agli ufficiali di Prato il lazzaretto ormai vuoto, momento celebrato in città con una messa solenne in Duomo celebrata dal domenicano padre Campana mente “la sera si fecero feste con fuochi e campane”.
Tra l’ottobre del 1630 ed il luglio1631 la peste aveva causato la morte di circa 1500 persone (su una popolazione, ricordiamolo, di circa 6-7.000 persone), colpendo la città in maniera minore rispetto ai grandi centri dell’Italia settentrionale (a Verona era scomparso il 60% della popolazione, a Modena e Padova più del 50%, a Cremona, Brescia e Piacenza più del 40% e poco meno a Bergamo) ma con una percentuale doppia di decessi rispetto alla vicina Firenze (9.000 su 76.000 abitanti).
Dopo la peste Cristofano proseguì la sua carriera di buon cittadino: la cura ed il puntiglio messo in mostra in quei terribili giorni gli valsero la nomina a contabile dell’Ospedale della Misericordia nel 1632. L’anno successivo, quando la peste si ripresentò, non solo fu chiamato a ricoprire la carica di Ufficiale Sanitario ma ricevette anche l’incarico di Delegato della Comunità di Prato presso il Granduca per gli Affari Sanitari, incarico che gli fruttò, alla scadenza della nomina, un premio di 24 scudi e il dono di un cavallo. L’ultimo documento di lui che ci è rimasto riguarda una richiesta di denaro per aver fornito all’Archivio cittadino il suo diario redatto nei giorni della Peste, richiesta che non sappiamo se sia mai stata soddisfatta. Cristofano di Giulio Ceffini, il contabile che diventò medico, morì a Prato il 4 luglio del 1642 e ora riposa in San Francesco.

Post Scriptum: come già era successo per la grande epidemia del 1348 a livello continentale, anche la pestilenza che colpì l’Italia centro-settentrionale lasciò il suo segno: l’Italia settentrionale, infatti, era il passaggio obbligato per l’Impero Spagnolo per i rifornimenti alle truppe impegnate nelle guerre nelle Fiandre (regione importantissima dal punto di vista economico in quanto luogo di passaggio per tutte le merci che dall’Europa centro-settentrionale raggiungevano la Francia ed i paesi mediterranei. Aumentando le difficoltà della Guerra (e quindi i costi) e considerando che l’economia spagnola non solo era stata già gravemente colpita dalla grave sconfitta subita dalla sua flotta, l’Invincibile Armada, nel 1588 al largo delle coste irlandesi, ma anche aveva visto diminuire significativamente il flusso delle risorse provenienti dalle colonie sudamericane in conseguenza delle attività dei corsari inglesi e francesi la Spagna si avviò velocemente al declino: il 19 maggio 1643, tra le paludi di Rocroi (nella Francia settentrionale), i battaglioni di veterani spagnoli furono gravemente sconfitti dalla cavalleria francese. Il Siglo de Oro era finito ed era cominciato il secolo del Re Sole.

Tema: Che ne sarà di noi?

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