LE EPIDEMIE: RIFLESSIONI STORICHE DI FABRIZIO TRALLORI

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Dal Gruppo “Passeggiate tra Storia e Natura” del Circolo “I Risorti”, il primo di una serie di contributi dello storico Fabrizio Trallori sulle epidemie nella storia della nostra storia:

“Oggi, giorno di San Valentino in tempo di pandemia, mi accingo a fare memoria di simiglianti casi avvenuti ne’ tempi passati perché siano per noi occasione di ammaestramento apprendendo come la generazione umana, fin dai tempi più remoti, sia riuscita ad affrontare e superare le temporali calamità, la molta miseria e gli innumerevoli mali a cui è stata sottoposta. E dalla conoscenza dei fatti di ieri possa nascere la speranza per la vita di domani: onde, benigno lettore, aiuta la mia stanca mente e non mi lasciare solo in questa impresa ma presta anche tu la tua fatica e poni mente e tempo a completare il mio racconto con le tue storie, serie o facete, affinché anche attraverso le tue parole coloro che verranno traggano ammaestramento e speranza.”

Della inaudità mortalità
Fabrizio Trallori propone Matteo Villani testimone della grande Peste del 1348

La prima storia che voglio raccontare riguarda il più famoso cronista medievale di Firenze, Giovanni Villani.  Abitava nella casa di famiglia nell’attuale via dei Pandolfini, lungo Via Ghibellina, ed era dipendente della grande compagnia dei Peruzzi, viaggiando per l’Europa al seguito delle balle di pannolana fiorentino. Scrisse la sua cronaca tra la fine del XIII e la grande Morìa del 1348: chiuse narrando i fatti del gennaio-febbraio 1348, eventi portentosi come i terremoti che devastarono le aree del Trentino, del Friuli e del Veneto, eventi così degni di nota e così devastanti tanto da rendere necessario, per provare le sue parole, l’inserimento tra le pagine della sua cronaca della “copia della lettera che di là ne mandaro[no] certi nostri Fiorentini mercatanti e degni di fede”.
Tra questi avvenimenti anche un segno premonitore di ciò che sarebbe successo di lì a pochi mesi: all’alba del 20 dicembre, sopra i tetti dei palazzi papali di Avignone, era apparsa ” una colonna di fuoco, e dimoròvi per ispazio d’una ora; la quale da tutti i cortigiani fu veduta, e faciensene grande maraviglia; e con tutto che·cciò potesse essere naturalmente per li raggi del sole al modo dell’arco, tuttora fu segno di future e grandi novitadi che avennero apresso, come leggendo si potrà trovare”.
Fu buon profeta: nel maggio dello stesso 1348, la grande Peste colpì l’Italia, arrivando dal Mar Nero dentro le stive delle navi di mercanti genovesi in fuga da Caffa assediata dai mongoli. Le navi, lungo la loro rotta verso Occidente, si lasciarono dietro decine di focolai della malattia, uno per ogni porto toccato e per ogni marinaio sbarcato. A gennaio toccò a Messina, poi alla Sicilia, allle regioni meridionali della nostra penisola ed a aprile cominciarono a contarsi i primi casi di ammalati in Toscana, a Siena, Lucca, Firenze.

Poi fu il diluvio, che in poco meno di tre anni (1348-1351) e con particolare virulenza nei primi sei mesi di manifestazione, si portò via poco meno del 50% della popolazione che allora abitava la penisola italiana (da circa 7,7 milioni di abitanti a poco più di 4 milioni), ma in maniera democratica, senza distinzioni tra ricchi e poveri, nobili e plebei, santi e peccatori. A Firenze e in Toscana i numeri ci raccontano anche una storia se possibile più tragica: secondo i cronistri, nelle super-popolate città della nostra regione, in cui latitavano fogne e l’igiene personale era ancora oggetto di dibattito tra teologi e medici, le vittime raggiunsero percentuali oltre al 60% (qualcuno per Firenze parla anche di tre vittime su cinque persone).

Tra le vittime del diluvio anche lo stesso Giovanni Villani: nel 1351, infatti, a riprendere e continuare la sua cronaca è il nipote Matteo, che dopo averci dato notizia della morte dello zio, ci descrive quei tre terribili anni e le radici dell’epidemia:
“Ma pensando all’utilità salutevole che di questa memoria puote addivenire alle nazioni che dopo di noi seguiranno. Con più sicurtà del nostro animo cominciamo. […]. Cominciossi nelle parti ‘Oriente, nel detto anno 1346..d.r.] inverso il Cattai e l’India superiore e nelle altre provincie circostanti a quelle marine dell’Oceano, una pestilenzia tra gli uomini di ogni condizione di catuna età e sesso, che cominciavano a sputare sangue , e morivano chi di subito, chi in due o in tre dì, e alquanti sostenevano più al morire. E avveniva che chi era a servire questi malati, appiccandosi quella malattia, o infetti, di quella medesima corruzione incontamente morivano; e a’ più s’ingrossava l’anguinia [inguine, n.d.r.], e a molti sotto le ditella [le ascelle, n.d.r.] delle braccia a destra e a sinistra, e altri in altre parti del corpo, che quasi gieneralmente alcuna enfiatura singulare nel corpo infetto si dimostrava. Questa pestilenzia si venne di tempo in tempo, e di gente in gente apprendendo, comprese infra il termine di un anno la terza parte del mondo che si chiama Asia […].
E la successione di questa pestilenzia durava nel paese ove si apprendeva cinque mesi continovi, ovvero cinque lunari: e questo avemmo per per esperienza certa di molti paesi.
Avvenne, perché parea che questa pestifera infezione s’appiccasse per la veduta e per lo toccamento, che come l’uomo o la femmina o i fanciulli si conoscevano malati di quella enfiatura [i bubboni che comparivano sul corpo degli infettati, n.d.r.] molti n’abbandonavono, e innumerabile quantità ne morirono, che sarebbono campati se fossono stati aiutati delle cose bisognevoli. […] Essendo cominciata nella nostra città di Firenze, fu biasimata da’ discreti la sperienza di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitari, e di sana aria, forniti d’ogni buona cosa da vivere, ove non era sospetto di gente infetta […]. E molti altri, i quali si dispuosono alla morte per servire i loro parenti e amici malati, camparono avendo male, e assai non l’ebbono continovo quello servigio; per la qual cosa ciascuno si ravvide, e cominciorono senza sospetto ad aiutare e servire l’uno l’altro; onde molti guarirono, ed erano più sicuri a servire gli altri. Nella nostra città cominciò generale all’entrata del mese di aprile gli anni Domini 1348, e durò fino al cominciamento del mese di settembre del detto anno. […] Di questa pestifera infermità i medici in catuna parte del mondo, per filosofia naturale, o per fisica, o per arte d’astrologia nonn ebbero argomento né vera cura. Alquanti per guadagnare andarono visitando e dando i loro argomenti, li quali per la loro morte dimostrarono l’arte essere finta, e non vera: e assai per coscienza lasciarono a restituire i denari che di ciò avevano presi indebitamente. […]”.

Passata la tempesta, il mondo non fu più lo stesso e secondo molti storici quell’evento ha segnato la fine del Medioevo e la nascita di quel periodo che oggi chiamiamo Rinascimento: la malattia costrinse anche la Chiesa e rivedere le sue posizioni sulla medicina permettendo ai medici di studiare più da vicino il corpo umano (ammorbidendo, ad esempio, le proibizioni relative alla dissezione dei cadaveri), e ne indebolì la posizione centrale che aveva al vertice della società medievale. In fondo, se Dio puniva l’uomo peccatore attraverso quei disastri, la peste aveva colpito anche gli uomini di Chiesa, evidentemente non così Santi come la loro posizione avrebbe richiesto.
Più evidenti furono i cambiamenti della mentalità umana verso la vita: per i fustigatori di costumi gli uomini divennero dissoluti e preda di ogni lussuria, preda di vizi prima solo sognati e ora possibili grazie all’aumentata ricchezza (la disoccupazione era sparita e gli artigisani, rimasti in pochi, potevano chiedere maggiori compensi), le donne si fecero sfrontate e cominciarono a imparare a vivere anche senza l’ombra di un marito accanto. Insomma, l’uomo aveva imparato che la vita era fuggevole: non valeva allora la pena di viverla fino in fondo? Con la Peste tramonta così definitivamente il mondo medievale e Clero e Nobiltà si trovano a doversi confrontare con quei ricchi mercanti (soprattutto banchieri) che la peste aveva reso ancora più ricchi: e con queste concentrazioni di denaro (e alla nuova sensibilità verso la vita) fu possibile il Rinascimento.

Tema: Sull’esempio di Giovanni e Matteo Villani: Enno o i discendenti buoni a seguitar l’orme dei padri?

Rappresentazione della peste bubbonica nella Bibbia di Toggenburg (1411)

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