PRATO E LE EPIDEMIE, RIFLESSIONI STORICHE DI FABRIZIO TRALLORI – IV: FRANCESCO DI MARCO DATINI, I PENITENTI BIANCHI E LA PESTE DEL 1399

Il quarto contributo di Fabrizio Trallori – storico del gruppo “Passeggiate tra Storia e Natura” del Circolo “I Risorti” – alla riflessione sulle epidemie nella storia della nostra città: A peste, fame, et bello, libera nos Domine! La Paura, i flagellanti, il morbo: Francesco di Marco Datini, i Penitenti Bianchi e la peste del 1399. a cura di Fabrizio Trallori

Alla fine del XIV secolo l’Apocalisse appare vicina: l’epoca dei cavalieri e dei castelli, delle cattedrali e dei Santi, dei mercanti e delle fiere sembra ormai lontana. Epidemie, carestia e guerre hanno caratterizzato la vita degli uomini già nella prima parte del secolo e la Grande Peste del 1348 è stato solo il punto più alto (oggi diremmo il picco) delle calamità che si sono abbattute su una popolazione ormai allo stremo delle forze dopo anni di guerre, carestie ed epidemie.

Il Trecento infatti non è solo l’epoca dei grandi pittori (Giotto, Simone Martini o Ambrogio Lorenzetti solo per citare qualche nome), dei grandi letterati (Dante, Petrarca, Boccaccio solo per restare in Italia) o dei grandi mercanti (Francesco di Marco Datini, per fare un nome), ma è soprattutto un periodo estremamente difficile per coloro che hanno avuto l’avventura di viverci. Il Trecento è sostanzialmente il secolo in cui tramonta definitivamente il Medioevo sotto i colpi delle epidemia, della carestia, delle guerre endemiche in tutto il mondo allora conosciuto, delle grandi crisi economiche e delle conseguenti prime rivolte sociali che, esprimendo tutto il disagio delle classi subalterne, mettono in discussione tutta la struttura della società così come si era venuta a modellare nei secoli precedenti con un vertice di privilegiati ed una larga base al loro servizio e rendono chiaro a tutti che un’epoca si stava chiudendo.

Neanche gli anni che chiudono il secolo risparmiano agli uomini queste calamità e sono anch’essi contrassegnati dalle solite guerre, dalla carestia e dalla peste, come ci racconta i cronista lucchese Luca Dominici: Ora sappi che la moria per tutto questo paese è sì grandissima e per la città castella e ville che non ci rimane persona; cascano le persone ritte in terra morte: chi muore in un dì e chi in due. Serransi le case e le botteghe: rimangono le persone morte e inferme, non si trova chi l’aiuti, chi fugge qua e chi là; è il maggiore stupore mai si vedesse. Ogni dì da fare piove e trae vento e non ci è rimedio niuno: i giovani, fanciulli, vecchi di ogni generazione gente. […] E a dì 7 di luglio si bandì che tre mattine si dovesse andare a Duomo a udire una messa intera e così si cantò e udissi. E a dì 11 si fece processione con le reliquie per amore della pestilenzia cessare: non fece mai peggio. Cristo ci aiuti. E il podestà nostro è morto in Pistoia e al capitano la donna e delli otto figliuoli li sette, e a me morì la donna a dì 27 di luglio. Li ufiziali fuggono e il capitano è ito a stare a S. Antonio e il cavalieri suo va per la terra solo con un famiglio e quello del podestà non v’ha, è fuggito infine a calen di agosto. Non fece mai peggio la morìa: ècci morta circa la metà della gente, cioè bocche 4000; e simile in contado. Cristo ci aiuti”.

In questo mondo allo stremo, i predicatori che percorrono le strade di Toscana come quelle d’Europa, o che parlano ai fedeli dai pulpiti dei grandi conventi o nelle piazze delle città, leggono l’avvento dell’Anticristo (che si dice sia nato in Oriente, presso l’antica Babilonia) e l’approssimarsi della fine del mondo, quando le milizie dell’Anticristo, si legge in una predica di anonimo autore domenicano risalente probabilmente al 1389, «aranno potestade uno anno e uno mese et uno die et una ora d’uccidere la terça parte de’ mali huomini che non vorranno penitencia de’ loro peccati et delle offensioni che fecero contra Dio». Solo allora gli uomini comprenderanno di essere stati ingannati, e “ritorneranno a penitençia” in attesa della venuta dell’ultimo giorno quando “sedrà Dio sopra VII cieli con tutti li angeli et con tutti gli eletti suoi, et presente chadrà lo sole et la luna et le stelle di cielo, et incenderanno tutto lo mondo et tutte queste incendie chadranno sopra li peccatori di ninferno, né questo cielo né questa tera né mare non sarà mai, ançi fie cielo nuovo et terra nuova. Nel cielo nuovo sedrà Dio co’ li angeli et cogli arcangeli et co·lli apostoli et co·lli marteri et co·lli confessori et co·lli vergini. Terra nuova: sì ·ssi chiama, et terra vivente, et paradisi. Et quivi staranno li fedeli di Dio. Et in quello luogo sarà magiore gratia et magiore divitia che nullo homo lo potrebbe pensare col chuore né dire co·lla lingua. A quello rengno et a quella gloria ci faccia Dio venire. Amen”. 

Ma prima che il giorno finale arrivi, continuano i predicatori, Dio ha voluto concedere all’uomo un’ultima possibilità di pentimento e così, in questo mondo, “... mal disposto e di molti peccati ripieno e acto a disfare l’uno paeze l’altro, e l’uno uomo l’altro, e non ponendosi freno a neuna cosa (…) à voluto la divina bontà dimostrare certo segno per lo quale il mondo si coregha e reducasi a vero cognoscimento di Dio, acciò che ungnuno s’astenga de’ peccati et virtudiosamente vivano”: Nacquero così diversi movimenti spontanei di penitenti, accomunati dal vestire un abito di sacco bianco (i più fortunati al posto del sacco usavano il lino), movimenti sulla cui origine abbiamo diverse versioni che però concordano su un fatto: la volontà di Dio si esprime attraverso visioni miracolose.

Secondo la Cronaca del domenicano fiorentino Giovanni Dominici, che riprende una predica di un frate del convento di Santo Spirito di Firenze, Maestro Grazia, gli inizi della devozione si sarebbero manifestati in Irlanda, all’inizio dell’estate del 1397: un’anziana monaca, Capperledis, sognò di essere stata portata in Cielo da un’angelo che la posò su un prato. Intorno a lei un numero infinito di Bianchi, gli spiriti beati che vivevano nella luce del Signore. Al centro del prato vide Dio Padre nell’atto di minacciare una seconda crocifissione di Cristo. Per impedire che ciò accadesse, intervenne la Vergine Maria (secondo il ruolo tradizionale di Maria mediatrice tra Dio e gli uomini) che si prese la responsabilità della redenzione dei peccatori,imponendo loro una penitenza testimoniata dall’assumere l’abito bianco, dal sottoporsi all’astinenza alimentare e dal percorrere le strade del mondo in processione chiedendo perdono dei propri peccati. Al termine della visione l’angelo impose alla monaca di informare il suo Vescovo: «Vattene e di’ tutto questo fatto che hai veduto al prete di una chiesa che troverai (…) e di’ che ‘l dica al vescovo». Fu proprio il presule che, «fatto solenne esamine di questo fatto», diede inizio al movimento.

Per la maggior parte delle cronache del tempo, invece, tutto era cominciato tra la fine dell’estate del 1398 nell’Inghilterra scossa dalle lotte per il potere tra i vari pretendenti al trono del paese. Cristo, sotto le spoglie di un pellegrino, era apparso ad un contadino e gli aveva chiesto di gettare tre pani in una fonte. L’uomo si stava ormai preparando ad obbedire all’ordine ricevuto, quando gli era apparsa, vestita di bianco e piangente, la Vergine Maria che gli aveva svelato la vera identità del pellegrino e il motivo del gesto che gli era stato ordinato di compiere: se i tre pani fossero stati gettati nella fonte, l’intero genere umano sarebbe stato distrutto. La Vergine, in quel momento più che mai “avochata de’ peccatori“, non poté però evitare la punizione per gli Uomini, ma solo alleviarla convincendo il Figlio a che un solo pane fosse gettato nella fonte, a significare la fine di un terzo dell’umanità “di diverse morti” (secondo altre fonti i tre pani rappresentavano la guerra, la fame e la peste: il contadino gettò nella fonte il pane della peste che prese subito a fare larghi vuoti tra la popolazione). Ma la Vergine volle anche avvertire gli uomini di ciò che stava per accadere e fece del contadino il suo messaggero perché avvertisse tutti della necessità di riappacificarsi con Dio “… facendo penitenza con digiuni et orationi et vestiti di bianco“. (Sercambi, Croniche, II, 290-4).

Poco dopo, un secondo miracolo, stavolta nel territorio di Marsiglia, viene narrato dai cronisti come un ulteriore avvertimento di ciò che stava per compiersi se l’Uomo non si fosse pentito ed avesse fatto penitenza: un contadino, intento a lavorare la terra con i suoi buoi, sentì uno degli animali parlare con voce umana e lamentarsi per le percosse ricevute; meravigliato, pungolò di nuovo il bue che, per tutta risposta, se lo caricò sulla groppa trascinandolo in volo e posandolo in un luogo solitario. Qui, il contadino si accorse che tra le corna del bue era apparso un Angelo che prima lo esortò a predicare il pentimento e la penitenza tra gli Uomini, poi gli mostrò un libro che teneva tra le mani dove era scritto “quello che Dio vorrà fare del papa e dell’altro populo” e che nessuno avrebbe potuto leggere “fine a tanto che non sarà portato a Roma in su l’altare di Sampiero e quine aparirà uno angelo, il quale aperrà questo libro ed allora si saprà quello che Dio comanderà… Et dirai che ogni persona faccia penitenza e digiuni con orationi, pregando Dio che si humili verso l’umana generatione…“. (Sercambi, Croniche, II, 302-303). Poi l’angelo sparì ed il contadino si trovò nel suo campo, nel punto in cui era cominciato il suo viaggio miracoloso: recatosi in città, cominciò subito a raccontare ciò che gli era successo e il messaggio che l’angelo gli aveva affidato. Lo stesso Vescovo della città, insieme a tutti gli altri prelati, si vestì di bianco e cominciarono subito le processioni e le manifestazioni penitenziali: 

Ognun tosto pigliava / La vesta biancha assai devotamente, / Gridando fortemente: / Misericordia, Idio, misericordia, / Pace con gran concordia; / Ognun gridava di bianco vestito. / Con solenne orationi / Andavan tucti quanti a una serra, / E con gran processioni, /Facendo pacie lassando ogni guerra. 

ll movimento penitenziale partì così dai ceti più bassi, quelli su cui la crisi economica si stava abbattendo in modo più violento, ed all’inizio partì in modo spontaneo tra l’indifferenza (e spesso l’ostilità) dei ricchi mercanti e dei ceti al vertice della società che videro in questo movimento il segno di una pericolosa rivolta sociale pronta a mettere in discussione i loro privilegi. D’altronde, anche questo, raccontano le cronache del tempo, è un segno della Volontà Divina: Dio ha visto che né i signori né il clero riuscivano a comprendere la necessità del pentimento e della penitenza in attesa del Giudizio ed allora “vuole la divina misericordia che in nelli huomini grossi et materiali si dimostri la sua potentia“.

Così il cronista lucchese Giovanni Sercambi ci presenta il movimento dei Penitenti Bianchi che, alla fine del XIV secolo, vestiti di sacchi non colorati (cioè bianchi, da cui il nome) in segno di umiltà, col capo coperto da un cappuccio crucisignato dello stesso colore ed a torso nudo, si muovevano in processione da città in città, dove organizzavano pubbliche cerimonie penitenziali per una durata di nove giorni prima di ripartire per la tappa successiva, scalzi, seguendo un Crocifisso e cantando litanie devozionali mentre fustigavano a sangue i loro corpi con rudimentali flagelli fatti di corda e cuoio (Sercambi, Croniche, II, 290-1). Gridavano pace e misericordia ripetendo le parole tre volte per invocare il perdono Divino, e per ogni città che attraversavano dovevano visitare almeno tre chiese ed in una di queste ascoltare una messa solenne con predica: il regime alimentare era molto rigido, non prevedeva carne ed il sabato digiuno a pane e acqua. 

Dalla Francia meridionale il movimento dei Bianchi arrivò velocemente in Italia e già all’inizio del mese di marzo del 1399 un gruppo di circa 5.000 persone era entrato nella cittadina di Chieri, presso Torino: il gruppo non aveva una vera e propria guida, ed a unire quelle persone sembra fosse solo l’esasperazione per la lunga guerra che in quegli anni stava mettendo a confronto i Conti di Savoia ed i Marchesi del Monferrato. Camminavano in processione al consueto grido “Pace e misericordia” e, flagellandosi a sangue in segno di penitenza, con la schiena scoperta, con i fianchi cinti dal cordone penitenziale ed a piedi scalzi, cominciarono a percorrere le vie dell’Italia Settentrionale con l’obiettivo di esaudire la profezia dell’Angelo ed arrivare a Roma dove, solo da pochi anni, era tornato a risiedere il Papa, Bonifacio IX. Dopo essersi fermato nella cittadina alle porte di Torino per i consueti nove giorni, il gruppo era ripartito verso Alessandria, ingrossandosi villaggio dopo villaggio e città dopo città con nuovi devoti che però ora non appartenevano più ai soli ceti minori della società ma anche alla ricca borghesia mercantile, all’aristocrazia ed a gli altri ranghi ecclesiastici che, convinti dalla Fede dei penitenti e dai miracoli che si raccontava avvenissero lungo il cammino della processione, ritenevano ormai maturi tempi per un rinnovamento dei costumi e dello spirito.

Quando la processione arrivò a Genova, il 5 luglio 1399, secondo Giovanni Sercambi, il numero dei penitenti ammontava ormai a poco meno di 20.000 persone: alla porta della città, nel quartiere della Polvecera, li accolse personalmente il vecchio Arcivescovo Giacomo Fieschi che, a cavallo, si mise a capo del gruppo guidando la processione. Con questo atto, il movimento senza leader ne acquistò uno: fu infatti lo stesso Giacomo Fieschi a convocare in duomo tutto il clero cittadino e qui celebrò messa solenne incentrata su una predica in cui spiegava le ragioni del movimento ed insegnava ai fedeli le pratiche devozionali e penitenziali che da quel momento avrebbero contraddistinto il movimento.

Da Genova cominciò per i Bianchi una seconda fase della propria esperienza; accanto alla religione si muoveva ormai la politica perché, come a Genova, in tutte le città italiane rette da regimi “di popolo” (cioè rette da governi guidati dai ricchi mercanti), l’invocazione della pace e della misericordia dei Penitenti divenne lo strumento per intervenire sull’ordine sociale interno partendo dalla fine delle lotte intestine tra le grandi casate (il divieto di vendetta, ad esempio, veniva a indebolire i legami parentali). Dopo Genova, infatti, i governi cittadini delle città attraversate dal movimento si resero conto delle ripercussioni politiche che quelle processioni avrebbero potuto assumere ed ebbero pertanto comportamenti diversi nei confronti dei penitenti: a Venezia, ad esempio, non solo venne proibito di attraversare la città ad una folta schiera di penitenti guidata dal frate Giovanni Dominici, ma i pellegrini furono dispersi con la violenza ed il loro leader arrestato e messo al bando per 5 anni su tutto il territorio della Serenissima. A Bologna (ed in genere in tutte le Romagne), invece fu la Chiesa a mettersi a capo di tutto il movimento, inquadrandolo nelle proprie strutture: furono i vescovi a fuidare le processioni in città e ad accompagnare fino al terriotriio della diocesi vicina i penitenti, consegnandoli letteralmente nelle mani dell’altro presule. A Bologna. I bianchi entrano seguendo un ordine processionale prestabilito dalle autorità ecclesiastiche cittadine: vengono suddivisi per parrocchie, ogni gruppo ha un suo gonfalone che lo contraddistingue ed è il Vescovo ad indicare quali fossero le chiese da visitare per ottenere le indulgenze ed il perdono dei peccati. 

I Bianchi rimasero nella città ligure per circa tre settimane visitando chiese, riappacificando antichi rancori e promuovendo la pace sociale. Poi, preceduti dalla fama dei molti miracoli avvenuti durante il loro passaggio, alla fine di maggio si rimisero in cammino e, anche se si ebbe qualche processione a Napoli, in Calabria, nelle Puglie e nel Friuli, il movimento dei flagellanti si divise in tre tronconi principali.

Il primo, come detto, seguendo il frate Giovanni Dominici si avviò verso l’Italia settentrionale, con l’obiettivo di raggiungere Venezia attraversando la Lombardia ed il Veneto.

Il secondo camminò sulle strade dell’Emilia e della Romagna, poi raggiunse Orvieto e da qui partì il 6 settembre un primo gruppo di circa 10.000 flagellanti verso Roma dove il Papa, dopo un primo momento di perplessità, constatata poi la pietà che animava i pellegrini e convinto da un miracolo avvenuto presso la cittadina di Sutri (il 6 settembre 1399, in una chiesa della cittadina laziale, un cavaliere tedesco che si era unito ai Bianchi di nome Enrico stava cercando di riappacificare un sutrino, Matteo Trovarie, con la moglie Giuliana: al rifiuto di qualsiasi accordo dell’uomo, Enrico si era messo a pregare intensamente il Crocifisso dal cui costato era zampillata una goccia di sangue che, caduta sull’altare, aveva preso la forma di una faccia umana), li accolse favorevolmente organizzando perfino una ostensione eccezionale della Veronica (il sudario su cui era impresso il Volto di Cristo). Così il 7 settembre i Bianchi (che intanto erano aumentati a circa 12.000 pellegrini) poterono entrare solennemente in Roma seguendo la croce di Sutri portata dal conte Niccolò dell’Anguillara (titolare del territorio di Sutri) mentre anche i Romani cominciarono a vestirsi di bianco e a flagellarsi. 

Il terzo infine si mosse verso la Toscana percorrendo la Via Francigena da Sarzana, Luni e Pietrasanta. Qui il gruppo si divise e mentre il grosso tornava verso casa, in 65 proseguirono verso Lucca. Le loro fila si ingrossarono di villaggio in villaggio e quando arrivarono a Camaiore il 6 agosto 1399 il loro numero era ormai raddoppiato. Si presentarono alle porte di Lucca il giorno 9, ma una parte di loro (circa la metà) preferì proseguire lungo la Francigena in direzione di Fucecchio e San Miniato (dove però non trovarono buona accoglienza). Gli altri entrarono a Lucca dove, in un primo momento furono accolti con favore dalle autorità cittadine che concessero loro di vistare il Volto Santo esposto nella cattedrale di San Martino.

Nella ricca Toscana, sconvolta dalla Crisi economica delle grandi compagnie di setaioli e lanalioli, i governi cittadini però cominciavano ormai a guardare con sospetto quei gruppi senza leader dichiarati (e perciò più difficili da controllare) che percorrevano le campagne facendo proseliti e attraversano città senza curarsi delgli schieramenti politici e delle alleanze militari. Lucca rese evidente questo nuovo atteggiamento verso i Penitenti. Infatti, dopo la buona accoglienza iniziale, l’atteggiamento del Consiglio degli Anziani della città cambiò radicalmente. In una città che stava vivendo la scalata al potere della famiglia Guinigi (che nel 1400 avrebbero assunto il titolo di Signori), c’era la necessità di controllare le fazioni cittadine e fuori dalle mura, dove era più facile sottrarsi al controllo delle istituzioni, quei gruppi di penitenti potevano divenire un potenziale pericolo perché tra le loro fila potevano inserirsi potenziali elementi pericolosi per l’ordine pubblico. D’altra parte non si poteva neanche ignorare come molti lucchesi, “molti ciptadini da bene et donne in gram numero“, fossero rimasti così impressionati da quei penitenti da decidere di unirsi a loro. Così, perché “Luccha non s’ abandonasse de’ Lucchesi“, il Comune decise di dare ai propri cittadini un’alternativa: processioni penitenziali sì, ma solo quelle organizzate dal Comune e dal Clero cittadino all’interno delle mura urbane, divieto di seguire i Bianchi lungo il loro cammino al di fuori delle mura della città.

Così anche i Lucchesi poterono aderire al movimento, ma non muovendosi dalla città: le processioni vennero infatti tenute all’interno della cerchia urbana e per fare in modo che la gente (compresi quei devoti arrivati in città al seguito dei Bianchi provenienti da Pietrasanta) preferisse queste processioni urbane a quelle del movimento che si stavano spargendo per la campagna, il Comune ordinò “che a tucti i Bianchi che a Luccha venissero si desse pane, vino, formaggio e altre cose in abundansia per amor di Dio, oltra quello che era dato per li ciptadini (…). E così (…) si trovonno in Luccha vestiti di bianco forestieri più di XXVm ai quali fu per lo comune di Lucha proveduto, che tucti ebeno sensa gosto pane, vino, formaggio in abundanza». 

Il 13 agosto, 2500 bianchi uscirono dalle mura di Lucca per andare, attraverso la Valdinievole, a Pistoia dove furono accolti con grandi onori dalla città: dopo aver reso omaggio in cattedrale alle reliquie di San Iacopo (donando un paliotto da altare e numerosi ceri) ed aver visitato altre chiese cittadine, i penitenti decisero di recarsi al convento francescano presso l’omonima chiesa cittadina e i pistoiesi, che nel frattempo avevano approntato le mense davanti alla cattedrale (“.. molte mense e fornite di pane, vino, formaggio e fructi in grande abundanza” , acciò che i dicti Bianchi mangiassero“), furono pronti a allestire nuove mense in quel luogo: “subito per li Pistoresi fu in quel luogo apparechiato in terra sopra le tovagle ; messo le vivande…” Poi, cominciarono le cerimonie di riappacificazione e si chiese la liberazione dei prigionieri e che a tutti fosse perdonato le colpe.

A sera, i Bianchi si mossero verso Pratoe li huomini di Pistoia mandònno loro dirieto some di pane, vino e formagio per sostentatione della sera…“. (Giovanni Sercambi, Croniche, II, p. 351). La mattina del 14 agosto i Bianchi giunsero a a Prato “… e quine funno ricevuti honorevilemente; e veduto la cintura di Nostra Donna, e facto loro reverenda e offerto alquanta cera, si partirono di Prato, e la sera s’ alogiònno a Campi presso a Firenza” (Giovanni Sercambi, Croniche, II, p. 352) dove arrivarono la mattina del 15 agosto: in una città fieramente divisa in fazioni, non fu però facile per i penitenti far prendere sul serio le loro richieste di pacificazione e di perdono.

I fiorentini reagirono alle processioni dei Bianchi con lo scherno e le beffe riguardo alle loro vesti e quando il gruppo dei penitenti si ritrovò per mangiare sulla piazza davanti al convento francescano di Santa Croce, nonostante il Crocifisso portato da Lucca avesse ridato la vista a un cieco, sulle loro tavole il cibo, dice il cronista, fu dato “non in abondanza“. Naturalmente i Priori si erano rifiutati categoricamente di accogliere le richieste dei Penitenti di liberare i prigionieri nonostante una processione sotto il loro Palazzo ed anche in questa occasione, a sostegno dei devoti dovette intervenire la Grazia Divina con nuovi miracoli: un tabernacolo, contenente le ostie consacrate, portato in processione da un prete si attaccò alle mani ed alla fronte dello sfortunato chierico e si staccò solo quando, portato in Palazzo, i Priori tornarono sulle loro decisioni, consentendo la liberazione di 70 prigionieri.

Nei giorni successivi, tra i 16 ed il 24 agosto, i miracoli seguirono i Bianchi in tutto il contado fiorentino: alla Lastra liberò un indemoniato e guarì un paralitico a Signa ed uno a Montelupo. Il 24 agosto fu la volta della Val di Marina dove un gruppo di Bianchi proveniente a Empoli e preceduto dal Crocifisso (ora conservato presso la collegiata di Sant’Andrea) si trovò a transitare diretto verso il Mugello e Fiesole (da cui si arrivava da Legri): pregavano e si flagellavano perché la peste passasse e quando arrivarono in Val di Marina, ci raccontano le memorie della Collegiata di Empoli redatte nel XVII secolo dal canonico Luigi Lazzeri, “… essendosi coricati nella campagna per ristorarsi col cibo, ed avendo perciò appoggiato il Crocifisso ad un mandorlo secco, trovarono dopo la refezione detto mandorlo tutto rivestito di fronde e fiori, per il che concepirono viva speranza che fosse cessata, siccome veramente cessata era la pestilenza. Onde tutti allegri se ne tornarono alle loro case, e molti se ne fecero ascrivere nella compagnia dandone beni, e danari per suo mantenimento, e facendo ogn’anno la festa della S. Croce ai dì 14 di Settembre.”

L’impressione che i Bianchi suscitarono anche in riva al Bisenzio e le voci dei molti miracoli che accadevano al loro passaggio non lasciarono indifferente neanche il pratese più famoso di quesi tempi, anzi, il Pratese: Francesco di Marco Datini. Nelle sue Ricordanze ci ha lasciato infatti una memoria (riportata da Cesare Guasti) riguardante la sua partecipazione al movimento dei Bianchi. La data è quella del 28 agosto 1399, tre giorni dopo la morte di uno dei suoi più cari amici, ser Guido del Palagio, ricco mercante e protagonista della vita politica fiorentina della fine del XIV secolo. Francesco, ormai vecchio, forse in quel momento si trovò a fare i conti con la morte e, sull’ondata dell’emozione suscitata dal movimento penitenziale, decise anche lui di partire in pellegrinaggio accogliendo la veste e i comportamenti dei Bianchi.

Richordanza che questo dì XXVIII’agosto 1399, col nome di Dio della Vergine Maria, io, Franciesco di Marco, per ispirazione di Dio e della sua madre madonna Santa Maria. Deliberai d’andare in pellegrinaggio. Vestito di tela lina boianca, e scalzo, come in questo tempo s’usava d’andare per la più giente. Uomini e donne, della città di Firenze e del contado e distretto, e simile dell’altre provincie attorno: che in questo tempo, tutto il mondo o la maggiore parte della Cristianità era commossa ad andare in pellegrinaggio per lo mondo, per l’amore di Dio, vestiti da capo a pie’ di tela lina bianca: di che io anche, come detto è, diliberai di fare il simigliante. E detto dì soprascritto io mi mossi co’ mia compagnia da casa mia, dov’io abitava in Piazza dei Tornaquinci, la mattina ben per tempo; e andamone a Santa Maria Novella, tutti iscalzi; e ivi devotamente presi la comunione del corpo del nostro Signore Gesù Cristo; poi divotamente n’andamo fuori della Porta a San Gallo, ove era il crocefisso di Santa Maria Novella, e ‘l Crocifisso del Quartiere di Santa Croce; che l’uno e l’altro si accozzarono in questo luogo, fuori di detta porta con tutte le loro brigate che gli volevano seguire ad andare dove andassono eglino in detto pellegrinaggio; e come detto tutti vestiti di bianco, e scalzi, con una ferza in mano, battendoci con essa, e rendendoci in colpa al Nostro Signore Gesù Cristo de’ nostri peccati, divotamente e di buono cuore, come de’ fare ogni fedele cristiano. E ragunati che noi fummo alla detta porta, al levare del sole ci partimmo dal detto luogo e dalla detta porta, e tenemmla via lungo le mura fuori della terra insino alla Porta alla Crocie; e quando ivi fummo giunti co’ detti due Crocifissi, rientrammo dentro alla terra ordinatamente tutti, a tre a tre insieme, e catuno con una candela benedetta accesa in mano e tenemmo il cammino lungo le mura dentro alla terra insino alla Porta alla Giustizia; e poi seguimmo via giù per lo Renaio dalla detta Porta, e capitammo alla chiesa di santa Crocie; e seguimmo la via su per la piazza di detta chiesa e poi oltre per lo Borgo di Santa Crocie, e capitammo al Ponte Rubaconte, e capitammo alla Piazza dei Mozzi. E giù per la detta via insino alla porta a Santo Niccolò. E per detta Porta, al Nome di Dio, uscimmo tutti ordinatamente al modo detto, e seguimmo la via insino a Ricorboli; e indi seguimmo la strada di lungo l’Arno, che va dritto alla Pieve di Ripoli; e vi si disse una messa solennemente per lo Vescovo di Fiesole, ch’era nostro padre e guida e maggiore spirituale. E detto che fu la messa, tutti ci ponemmo, chi per la via e chi pe’ champi, a mangiare pane e frutte e formaggio e simili cose; però che niuno di noi poteva mangiare la carne in tutti que’ nove dì che durava il nostro pellegrinaggiotra andare e tornare; e in detti nove dì niuno si poteva spogliare, nè cavare di dosso la detta vesta bianca, né dormire in letto”.

 Con Francesco c’erano il cognato Niccolò dell’Ammannato Tacchini, il socio Stoldo di Lorenzo di ser Berizzo, l’amico e vicino di casa Cristofano Pantaleoni, i fattori (ruolo equivalente ai modernidirettori di filiale) della sua compagnia Giovanni di Domenico di Cambio, Filippo di Giovanni Bennci, Piero d’Antonio Zampini, Francesco di Ghinozzo Amidei e Guido di Sandro. A loro, probabilmente in qualità di servitori, si accompagnavano il domestico del Datini, Giovanni di Martino, e due contadini di Ghinozzo Amidei, Simone di Giovanni e Maso di Bartolo dello Starna. Chiudeva il gruppo Nastagio di Berizzo del Bonanno, probabilmente il fratello del socio Stoldo “: in tutto, uomini dodici: i quali, come detto è, vennono meco in mia compagnia per avere il perdono del detto pellegrinaggio: e io feci a tutti le spese di mangiare e di bere e di ciò che bisognava loro; come sarà iscritto ordinatamente in questo libro innanzi“.

Il gruppo non parte però alla ventura, ma da buon previdente mercante si chiede perdono ma senza dimenticare il prio rango sociale e i bisogni dell’età avanzata: così Datini ” per avere ciò che ci bisognava da vivere, io menai meco le due mie cavalle e la muletta da cavalcare; in sulle quali bestie mettemmo un paio di forzeretti piccoli da soma, in che furono più scatole di tutte ragioni confetti, e gran quantità di ciera in torchietti e candele [evidentemente per fare offerte alle chiese visitate, n.d.r.], e formaggio d’ogni ragione, e pane fresco e biscottato, e berlingozzi zuccherati e non zuccherati, e più altre cose che s’appartengono alla vita dell’uomo; tanto che le due dette cavalle furono appresso cariche di vettuaglie; e oltre a questo, portarono un gran sacco di nostri panni di dossi, per avelli a’ nostri bisogni il dì e la notte. E la muletta menai affine che bisognando, pe’ casi che possono avvenire, a quale si fosse di noi di non potere andare a piede per malattia o per altro caso, quel che tale n’avesse bisogno la potesse cavalcare; acciò che a piede o a cavallo, quel tale cui venisse alcuno disastro nella persona, non mancasse che, coll’aiuto di Dio, eseguisse il Santo Viaggio, con buono e divoto cuore, come si de’ fare per chi va al servizio di Dio.” 

Dopo aver preso riposo e messa presso Badia a Ripoli (l’abbazia di san Bartolomeo a Ripoli, nel contado a est di Firenze), il gruppo prosegue il viaggio e passa la prima notte a Ruballa, presso la casa di campagna di Stoldo di Lorenzo, uno dei componenti del gruppo: “… e ivi istemmo la sera, con gran consolazione di tutte le cose che bisognavano, per bene dell’anima e del corpo“. La mattina poco prima dell’alba ripartono verso san Donato in Poggio dove arrivano poco dopo il levar del sole: qui trovano, sulla piazza davanti alla chiesa, il predicatore domenicano e vescovo di Fiesole Jacopo Altoviti che officia una messa solenne al termine della quale tutti i pellegrini si comunicano prima di mangiare. Poi ripartono dietro i Crocifissi e scendono in Valdarno: Figline, san Giovanni Valdarno, Montevarchi, dove arrivano due giorni dopo, seguendo la Via dei Setteponti, a Quarata “.. e vi stemmo la sera, tra due pagliai il meglio che noi potemmo“. Alla mattina ripartono per Arezzo, meta finale del pellegrinaggio: il Vescovo di Fiesole celebrò alla porta della città una messa di ringraziamento, poi i pellegrini si recarono a visitare le chiese della città prima di giungere alla grande basilica francescana e pregare sotto il grande crocifisso. La sera sostano presso i frati ed all’alba della mattina successiva riprendono la strade del ritorno.

La prima tappa è Laterina, dove ascoltano messa e pranzano. Nel pomeriggio raggiungono Leona e da qui Terranuova Bracciolini, Castelfranco (Piandiscò). Il Venerdì sera arrivano a Ponte a Sieve, dove vengono ospitati da un albergatore amico di un conoscente del Datini ” … e fecieci grandissimo onore, e avemmo dimolti pesci”. Il sabato, 6 settembre, affrontano l’ultima parte del viaggio: arrivano a Firenze a Porta alla Croce[oggi Piazza Beccaria, n.d.r.]: “Poi, al nome di Dio, ritornammo la sera in Firenze; e catuno di noi, colla buona ventura. Tornò a casa sua; non ci spogliammo la sera in letto, né cavammo la la vesta insino alla domenica mattina, però che ‘l Crocifisso giunse la domenica mattina a Fiesole con quelli pochi della giente che ‘l seguirono, e in sula piazza di Fiesole si disse una solenne messa per lo detto Vescovo di Fiesole: poi vi si predicò, e diede la benedizione a tutti. E catuno tornò a casa sua: e fu compiuto il detto viaggio e pellegrinaggio. Iddio il faccia valevole all’anime di tutti, se gli è si suo piacere. Amen”.

Il movimento dei Bianchi si spense in modo graduale nell’anno successivo, quando la peste si rimise in cammino con loro e con le folle dei pellegrini che volevano raggiungere Roma per celebrare il Giubileo. Infatti, mossi dalle stesso senso di espiazione che aveva mosso i Bianchi, anche in questa occasione le strade si riempirono di pellegrini provenienti da tutta l’Europa fin dai primi giorni del mese di marzo ma la bella stagione e di primi caldi segnarono la recrudescenza di una nuova ondata di pestilenza che fece strage di devoti: solo nella Diocesi di Viterbo, secondo un comuto ordinato dal vescovo della Città, in quattro mesi perirono oltre 6500 pellegrini mentre altri 800 sembra siano periti nel Pellegrinaio dell’Ospedale di santa Maria della Scala a Siena, dove in quei giorni operava un giovane frate Minore, Bernardino, poi divenuto Santo (da invocarsi contro la peste) e famoso per le sue prediche schiette e comprensibili a tutti.

Anche tra i Bianchi la peste fece strage e le loro processioni furono vietate per la paura del contagio causato dal sangue delle loro schiene sferzate. Il movimento così si spense naturalmente anche se ancora per qualche anno gruppi di penitenti continuarono a percorrere le campagne tra l’ostilità delle autorità ed il sospetto della Chiesa. L’esperienza dei Bianchi ha lasciato però tracce profonde nella società, segnando le coscienze degli uomini: i suoi ideali (la pace, la fratellanza, la misericordia, la penitenza e la mortificazione della carne come espiazione del peccato) sono alla base della vita di molte Confraternite laicali cattoliche, la maggior parte delle quali veste, ancora oggi, un abito bianco in memoria delle lontane vicende del 1399. Ed in Valdarno (Figline, Incisa, Montevarchi) a ricordare quei giorni si celebrano ancora oggi le Feste del Perdono.

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