PREMESSA
Il movimento associativo e circolistico rappresenta, nella realtà pratese, una rete di presidi culturali e ricreativi che ha caratterizzato profondamente la storia sociale della città e ha contribuito a definirne il profilo solidale, accogliente, coeso. Dalle cooperative di consumo alle società di mutuo soccorso, ai momenti della resistenza al fascismo, al vitale entusiasmo della ricostruzione postbellica, alla sfida dell’immigrazione interna e successivamente a quella proveniente da altri paesi, le Case del popolo e i Circoli hanno sempre svolto, anche nei momenti più difficili, un ruolo importante nella costruzione di aggregazione, democrazia e convivenza urbana.
Partendo dal proprio punto di osservazione e dalle sue specificità, l’ARCI di Prato ha pensato di redigere un documento con il dichiarato intento di concorrere alla stesura del programma di governo della città e della provincia in corso di elaborazione da parte dei candidati del centro sinistra e, naturalmente, dei partiti della coalizione che li sostengono. Un intendimento coerente con la scelta, come Comitato Provinciale ARCI, di sostenere la coalizione di centro sinistra guidata da Massimo Carlesi per la carica di Sindaco e da Lamberto Gestri per la carica di Presidente della Provincia.
Gli argomenti affrontati vanno da quelli più classici e consolidati nella vita dell’associazione (come le problematiche culturali e dell’immigrazione) a quelli più innovativi come la partecipazione fino alla valutazione delle scelte politico-amministrative in materia di governo del territorio, gestione dei rifiuti (le cui ricadute culturali e sugli stili di vita possono diventare molto importanti e positivi), acqua pubblica che hanno visto in questi anni un forte impegno, di studio, di approfondimento e di azione, da parte dell’ARCI pratese.
Su di essi avanziamo proposte alcune concrete, che crediamo possano anche aiutare la città nella sfida della diversificazione economica.
I. INVESTIRE IN CULTURA
Nella “Carta di Barcellona delle città educative” si afferma che parte della finalità pubblica è l’investimento, attraverso spazi e risorse economiche, per la costruzione di un’offerta culturale e formativa di facile accessibilità. In quella Carta si afferma, in definitiva, un concetto di enorme rilevanza: la cultura come “bene comune”.
Prato si è spesa in questo. E’ una città che già dagli anni difficili della ricostruzione del secondo dopoguerra ha molto investito in cultura ma rischia di non poter più garantire il livello, in alcuni casi d’eccellenza, conseguito. Sono insufficienti le risorse a disposizione per tutte le iniziative culturali, “centrali o periferiche” che siano. Gli enti locali non sono più in grado di reggere da soli una partita – quella culturale – fondamentale, per riconoscimento unanime, per lo sviluppo socio-economico della città e del suo territorio.
Eppure, come dimostra una recente ricerca dell’Università di Torino – Facoltà di Economia Aziendale – dal titolo “Rapporto 2007: Progetto Capitale Culturale – Cultura Motore di Sviluppo per Torino”[1], per ogni euro investito in Cultura l’economia locale ne guadagna 5. La cultura, quindi, non ha solo un valore sociale. Lo studio fa riferimento alla spesa culturale, ossia il flusso di valore economico generato nella città di Torino e in 46 Comuni dell’hinterland nel 2006 – anno delle olimpiadi invernali – dall’investimento dei principali operatori pubblici e privati istituzionali. Il dato di fondo che emerge, come sostiene uno dei ricercatori, è che “la cultura è un motore che genera sviluppo in altri settori, che pur non sono a vocazione strettamente culturale, come la produzione tipografica, la comunicazione, il marketing… e crea un impatto positivo dal punto di vista economico perché mette in movimento un circuito di funzioni e servizi”. Sempre la stessa ricerca evidenzia che la cultura fa aumentare anche il valore degli immobili (si pensi ad esempio a ciò che potrà avvenire in tal senso a Prato con il proseguire degli investimenti culturali nello storico quartiere di Santa Chiara che già vede la presenza del Museo del Tessuto, tra poco della nuova biblioteca comunale e di alcune associazioni culturali cittadine).
Fondamentale è, quindi, rifuggire da una logica fatalistica e rinunciataria[2]. Va condotta un’azione su più fronti che aumenti - e non diminuisca - l’offerta culturale, dove il collegamento con le politiche sociali e della formazione rappresenti lo zenit verso il quale una moderna amministrazione locale deve riferirsi.
A tal fine occorre lavorare per integrare le risorse messe a disposizione direttamente dal bilancio degli Enti Locali. Si tratta di intervenire in primo luogo sull’organizzazione della macchina amministrativa e dirigenziale per renderla più efficace nel reperimento di fondi diversi (es. fondi ministeriali, fondi europei, fondazioni anche straniere, fondi privati che possano derivare da una corretta applicazione della legge sul “mecenatismo imprenditivo”)[3]. Altro punto riguarda la possibilità di inserire nei bandi di gara per l’affidamento delle tesorerie degli enti pubblici (solo il comune di Prato movimenta 150 milioni di euro l’anno) di una clausola per la quale gli istituti bancari gareggianti devono destinare una precisa quota annuale a fondo perduto per fini culturali e questo, oltre agli eventuali fondi provenienti dalle fondazioni bancarie[4].
Al fine di ottimizzare la gestione delle risorse destinate alla cultura, come in tutti i comparti della Pubblica Amministrazione, è importante in primo luogo monitorarne i costi e i risultati, all’interno di un processo nel quale i principi di sobrietà e sostenibilità concorrano al perseguimento di un’offerta culturale ampia, di qualità ed equa, e contribuiscano a riequilibrare la situazione che si è determinata nella nostra città, dove il bilancio della Cultura è rigido e bloccato, destinato com’è, in larghissima parte, al sostegno dei centri di eccellenza.
Al riguardo, ci sentiamo in questa sede di avanzare una proposta provocatoria (ma non più di tanto): a fronte della cronica mancanza di fondi per la cultura basterebbe uno spettacolo in meno al Teatro Metastasio per sostenere molte delle attività e proposte dell’associazionismo culturale cittadino. Per inciso, per quello che è il teatro stabile regionale, riteniamo che la sua presidenza debba coincidere con la figura dell’Assessore alla Cultura del Comune di Prato.
In coerenza con questo ragionamento, riteniamo che debba essere riequilibrato l’asse della cultura cittadina dando più rilievo alle proposte dell’associazionismo e del volontariato culturale. E’largamente condivisa la convinzione dell’importanza del ruolo giocato dall’imponente patrimonio associazionistico pratese nel sistema formativo-culturale e del welfare locale. Si sottolinea spesso, anche da parte delle istituzioni pubbliche, la preziosità rappresentata dalla flessibilità strutturale d’uso di spazi come quelli circolistici; la capacità, in definitiva, di socializzare e fare cultura al di fuori degli spazi e dei luoghi “consacrati”. Però sono necessari atti concreti conseguenti a questa convinzione.
Pensiamo allora che compito delle istituzioni sia anche quello di favorire la partecipazione del terzo settore culturale alla programmazione e gestione delle iniziative e dei luoghi di socialità, formazione permanente, tempo libero. In particolare, crediamo che la prossima amministrazione comunale debba prendere l’iniziativa di istituzionalizzare quelli che noi chiameremmo gli “Stati generali delle associazioni culturali cittadine”, un luogo cioè dove possa esserci un confronto libero e trasparente su finalità e progetti [5] e produrre una offerta culturale basata su di un percorso che, partendo dalla sollecitazione dei bisogni e dei diritti, sia accompagnato da una progettazione la più possibile condivisa e da una verifica dei risultati del lavoro svolto. Siamo convinti che un tale confronto riserverebbe molte sorprese positive. Un altro grande capitolo da poter discutere negli Stati generali delle associazioni culturali cittadine potrebbe essere quello, strategico, del rapporto tra i cosiddetti centri di eccellenza e il territorio. Un confronto, ad esempio, tra il progetto pubblico di ‘Officina Giovani’ e la rete circolistica potrebbe suscitare sinergie interessanti. Anche qui nel senso di ospitare, circuitare, scambiare, promuovere, produrre eventi in questo caso rivolti ad un target giovanile.
Per quanto riguarda in particolare la nostra associazione, pensiamo che i circoli ARCI, anche se con molti limiti nel senso dell’innovazione e dell’apertura, possano essere considerati luoghi flessibili, ‘smontabili e ricomponibili’ per tutto questo. Il riconoscimento di questo valore deve portare a un rapporto più meditato e strutturato tra essi e le istituzioni. Pensiamo, in particolare, che debba essere sperimentato lo strumento della convenzione tra circoli e Circoscrizioni con caratteristiche di reciprocità. Ci aiutiamo, in sostanza, per offrire ai cittadini, ai giovani e ai meno giovani, luoghi, spazi dove si pratichi partecipazione e protagonismo culturale, artistico o semplicemente ludico.
In tale ambito potrebbe prendere quota un’attenzione diversa circa due grandi eventi ludico-culturali promossi dall’ARCI: la tre giorni aquilonistica nazionale “VOLIAMO CON I COLORI” e CARNEVALE DI PAPERINO per i quali rinnoviamo la richiesta di un inserimento a pieno titolo (con conseguente e sicuro budget) nel circuito di feste ed eventi della nostra provincia, assicurando una promozione specifica anche da parte dell’Azienda di Promozione Turistica.
Per quanto riguarda eventi di grande portata e rilievo, andrebbe valutato, al di là delle polemiche di questi ultimi tempi circa il gigantismo o la ripetitività di certe manifestazioni oggi in Italia, se questi eventi rappresentino una concreta forma di diversificazione economica, oltre che fattore di sviluppo culturale complessivo per i territori che li ospitano. Andrebbe studiata l’evoluzione e lo stato delle cose in Italia per quanto riguarda premi letterari, feste del libro e festival di varia natura, letteralmente esplosi come numero negli ultimi anni, per valutare l’opportunità di cimentarsi in iniziative di stampo analogo[6]. In caso di riscontri positivi potrebbe essere avanzata la proposta di pensare qualcosa del genere per la nostra città, come ad esempio ridare nuova vita al “Premio Letterario Prato” in una versione, naturalmente, riveduta e adeguata ai tempi odierni.
Turismo culturale
C’è poi tutto il fronte delle politiche che devono essere sempre più rivolte a dare valore al territorio, al suo patrimonio artistico, culturale e storico, naturalistico e paesaggistico. Promuoverne la conoscenza e la fruizione permette di restituire alla città la consapevolezza del suo valore e il rafforzamento della sua identità. L’invito è a sviluppare un’azione politico-amministrativa coordinata e integrata per fare di questo patrimonio un’opportunità di diversificazione economica sostenibileattraverso la promozione del turismo culturale[7].
Per Prato questo impegno - già iniziato negli anni passati con l’avvio di importanti lavori di restauro di opere d’arte (il ciclo di affreschi del Duomo) e palazzi storici (Palazzo Pretorio, Palazzo Vestri), la nascita e la crescita di importanti musei cittadini (Museo del Tessuto, Museo Pecci), la promozione di eventi e la realizzazione di nuovi strumenti di promozione (Economia3, “Tessere l’arte”, nuovo sito web dell’APT), la stesura da parte della Provincia di una Carta del Patrimonio - dovrebbe essere portato avanti come strumento di arricchimento culturale e identitario per la comunità, come azione necessaria per consegnare alle generazioni future un patrimonio di valore già in parte compromesso, ma soprattutto come leva capace di contribuire al superamento del modello economico basato sulla monocultura del tessile in un’ottica di diversificazione e sviluppo sostenibile e diffuso del territorio.
La sfida per i prossimi anni potrebbe essere la valorizzazione di altre porzioni del patrimonio finora lasciate in secondo piano (in alcuni casi salvandole dal degrado), ma di grande interesse per nicchie crescenti di turisti attratti dalle peculiarità e dalle unicità dei cosiddetti “centri minori”, delle mete fuori dai grandi flussi del turismo di massa. In particolare dovrebbero essere resi fruibili:
· Il patrimonio archeologico etrusco, con la valorizzazione del sito di Gonfienti e la sua trasformazione in un parco archeologico collegato con le altre emergenze etrusche della zona in un’ottica di sistema diffuso e integrato che riunisca in un’unica offerta tutte le importanti emergenze della piana pratese e delle colline circostanti. [8]
· Il patrimonio archeologico-industriale, memoria storico - produttiva della città ed elemento forte della sua identità, che presenta ancora emergenze importanti (dalla Gualchiera di Coiano al Cavalciotto e al sistema delle Gore, la Cartaia, la città-fabbrica de La Briglia ecc.) [9] che meriterebbero di essere restituite alla città e fatte oggetto anche in questo caso di un sistema di offerta integrata da collegare direttamente all’offerta culturale del Museo del Tessuto per potenziarne la capacità di richiamo turistico-culturale
Questo patrimonio rappresenta infatti una potenzialità inespressa della città, tra l’altro perfettamente integrata ed integrabile con la sua attività industriale e la sua identità manifatturiera, e a “basso impatto ambientale”, in quanto non richiede consumo di territorio (anzi recupero), né pesanti infrastrutture. Se sfruttata, questa potenzialità, può contribuire a creare nuove opportunità di reddito e di lavoro sia direttamente sia attraverso lo sviluppo dell’indotto rilanciando una microimprenditorialità (piccoli alberghi a gestione familiare, b&b, ristoranti, servizi ecc.) che fa parte del patrimonio di questa città e che è in grado meglio di ogni altra di soddisfare la domanda di questo tipo di turismo.
Il turismo culturale, infatti, è attratto da contesti di pregio artistico – culturale – paesaggistico, tradizioni e patrimonio enogastronomico, cerca qualità della vita e dell’accoglienza, attività ed esperienze uniche come quelle legate all’enogastronomia e ai prodotti locali. Siamo in presenza di un tipo di turismo in crescita, molto diverso ad esempio da quello congressuale - in flessione - che ha bisogno della presenza di grandi alberghi, così come previsto nel progettato polo espositivo nell’area ex Banci.
Prato ha le potenzialità per costruire un’offerta diversificata (itinerari d’arte antica e contemporanea, itinerari archeologici e di archeologia industriale, aree verdi per turismo naturalistico, offerta enogastronomica, cultura) che, soprattutto se integrata ( e meglio ancora se integrata con quella dei comuni limitrofi della Val di Bisenzio e del Montalbano), può costituire un polo d’attrazione di grande interesse per visitatori italiani e stranieri, oltre ad intercettare una parte dell’enorme flusso di turisti che visita la vicina Firenze. Può inoltre mirare a posizionarsi meglio nell’ambito delle iniziative promozionali della Regione Toscana, chiedendo maggiore visibilità.
Anche in questo delicato comparto è assolutamente necessaria una integrazione delle politiche tra il Comune di Prato e la Provincia. Pur nel rispetto delle competenze che, in materia turistica, appartengono alla Provincia non si può sottovalutare il fatto che il Comune di Prato assomma da solo i 4/5 della popolazione dell’intero territorio provinciale.
Cinema
Parliamo per ultimo (ma non per importanza) della proposta – sul tappeto ormai da oltre due anni - della Casa del Cinema che fa leva sulla storica esperienza del cinema Terminale d’essai che, proprio all’inizio del 2009, ha compiuto 25 anni ininterrotti di attività.
L’attuale difficoltà delle sale cinematografiche del centro storico di Prato avrà un ulteriore moltiplicatore nella prevista apertura del multiplex di Capezzana. Questo potrebbe portare alla chiusura di altri esercizi (compreso il cinema Terminale) impoverendo l’offerta culturale nel centro storico in un momento nel quale appare invece necessario procedere alla sua riqualificazione.
Il “ruolo sociale” dei cinema nei centri storici, come importante elemento nella vita collettiva di una comunità è stato da molti riconosciuto e in talune città (pochissime per la verità) sono state adottate o formulate proposte per favorirne la permanenza: misure di defiscalizzazione, interventi su mobilità e parcheggi, fondi per le ristrutturazioni e per il rinnovo tecnologico. A questi interventi, opportuni e necessari anche per la nostra città dovrebbero, però, unirsi analisi più approfondite sul cambiamento del pubblico e della domanda, sulle questioni culturali poste dalla diffusione dei nuovi strumenti di comunicazione e sui soggetti delle possibili trasformazioni, per individuare percorsi e proposte adeguate.
Il cinema Terminale, dalla prima metà degli anni ’80, è stato il principale punto di riferimento di una politica culturale locale sul cinema e, grazie al sostegno pubblico (e all’ARCI ed ai suoi circoli che ne hanno permesso l’avvio e il consolidamento), ha contribuito successivamente a mantenere ed accrescere la “platea” degli spettatori in città e nella provincia. Il positivo riscontro è stato ottenuto con una programmazione di costante qualità, articolata anche in rassegne, incontri, arene estive e, più recentemente, arricchita dai corsi di formazione per realizzatori e di avviamento alle professioni del cinema (Scuola di cinema “A. Magnani”).
Continuiamo a credere che esista, e possa accrescersi, anche una quota non irrilevante di pubblico portatore di una domanda più articolata di fruizione e di una accezione del cinema come fatto culturale e sociale.
Pensiamo però che questo richieda, oltre alla continuità di una proposta di film di qualità, di impegnarsi soprattutto nella creazione di “eventi” cinematografici: festival, rassegne, incontri, ecc. Le nuove tecnologie di trasmissione digitale possono consentire di creare “format” personalizzati di programmazione per rispondere ad avanzate esigenze di comprensione e analisi.
Quello che proponiamo è una discussione (ed impegni precisi dalla parte delle prossime amministrazioni comunale e provinciale) attorno al progetto di una “CASA DEL CINEMA” a Prato. Cioè di una sede ed uno strumento idonei a svolgere una strategia di valorizzazione del significato culturale del cinema ed a promuovere la formazione di nuovo pubblico.
La problematica ricollocazione funzionale dell’area di via Frascati, in pieno centro storico, offre la possibilità di ragionare intorno alla fattibilità di un progetto strategico che unisca ad un evidente significato culturale anche la dimostrazione di un serio impegno sul piano della riqualificazione del tessuto urbano. Per la realizzazione di un tale progetto dovrebbero moltiplicarsi tutte le risorse già attive sul terreno dell’iniziativa cinematografica. Comune e Provincia, le associazioni culturali che producono attività (Terminale, Mabuse, Saraceno), la Regione Toscana, attraverso un collegamento forte con le iniziative di Mediateca, creando una positiva rete con i poli culturali della città (università, musei, teatri, biblioteca, cantieri culturali).
II. COSTRUIRE LA PARTECIPAZIONE
Il recente successo del Town Meeting rappresenta una conferma della bontà dell’impianto teorico e pratico della Legge regionale sulla Partecipazione alla quale anche l’ARCI di Prato ha dato il suo contributo fin dalle prime battute della sua elaborazione. Quell’appuntamento ha rappresentato una tappa importante del percorso, anche se non conclusivo, che dovrà portare all’approvazione del nuovo Piano Strutturale della città.
Il gradimento riscontrato dai cittadini coinvolti in quell’esperimento, la sapienza e la saggezza emersa, pongono in particolare ai prossimi amministratori comunali e provinciali quesiti nuovi insieme alla necessità di aggiornare il proprio bagaglio di conoscenze in materia di democrazia partecipativa. Da qui, a nostro parere, l’importanza di una formazione ad hoc rivolta ai pubblici amministratori, ai dirigenti e agli operatori delle strutture comunali e provinciali.
A tale scopo raccomandiamo ai futuri amministratori di avvalersi dell’apporto degli esperti della associazione “Rete del Nuovo Municipio” [10] e rinnoviamo, altresì, la richiesta che a tale associazione aderisca (così come fatto da centinaia di comuni italiani) anche il Comune di Prato.
E’ emersa dal Town Meeting del 28 marzo 2009 la richiesta, largamente maggioritaria, di strutturare – con istituti anche inediti - la partecipazione dei cittadini al fine di accompagnare con continuità l’intero processo di piani, politiche e progetti. L’ARCI ritiene che, a fronte di questa esigenza di coinvolgimento espressa dai cittadini impegnati nel Town Meeting[11], si debba procedere ad una revisione e ad un aggiornamento profondi del ruolo e delle funzioni delle Circoscrizioni nonché degli strumenti di partecipazione previsti dal vigente Statuto del Comune di Prato come le Consulte (peraltro mai attuate).
Il futuro Sindaco della città dovrà assumere un forte impegno politico e programmatico per favorire la partecipazione e l’avvicinamento dei cittadini al ‘Palazzo’ (e, ancora meglio del ‘Palazzo’ ai cittadini) anche attraverso l’attribuzione d’apposita delega ad un assessore, con relativa voce di bilancio che destini e quantifichi le risorse da riservare all’istituzione e al funzionamento degli strumenti di democrazia partecipativa.
Alla istituzione provinciale chiediamo, in particolare, che sia riattivato il processo di Agenda 21 locale.
Gli ambiti sui quali questi strumenti intermedi tra democrazia delegata e democrazia diretta dovrebbero intervenire sono in primo luogo, a nostro parere, l’urbanistica, la gestione dei servizi pubblici, la cultura, la qualità ambientale e lo stesso bilancio. Per quest’ultimo rinnoviamo, in particolare, la richiesta – avanzata già ai tempi del Forum provinciale del 2004 – di avviare l’esperienza del Bilancio Partecipativo, come strumento graduale di legislatura, a partire dal 3% annuo del bilancio comunale.
Per inciso, dal Town Meeting (e da tutto un dibattito cittadino precedente animato da associazioni, comitati, sindacati e così via) è emerso con forza il grande quesito che ruota attorno alla ‘dimensione possibile’ della città’. In quell’occasione si sono espresse suggestioni e sono state fatte proposte di segno diverso e contrario rispetto a talune scelte urbanistiche che hanno caratterizzato storia passata e recente della città.
Troppo spesso l’alfabeto dell’urbanistica è stato mutuato da quello di grandi e consolidati interessi che, per la loro rappresentanza economica, si sono conquistati un ruolo di interlocutori privilegiati nei processi di trasformazione urbana[12].
Insieme alla convinzione sempre più forte che non si debba procedere ad un ulteriore consumo di suolo, prende corpo una riflessione più meditata e lungimirante circa il riuso delle imponenti aree dismesse della città. L’obiettivo resta, secondo noi, di seguire la strada in vigore un po’ in tutta Europa che prevede, quando s’interviene su di una area libera o da rigenerare, di destinare una quota consistente di residenziale all’edilizia pubblica[13].
Aggiungiamo che, al fine di liberare dalla morsa del cemento intere zone della cosiddetta ‘città densa’ (come il Macrolotto zero), saranno necessari interventi di demolizione tout court. E’ chiaro che l’intera collettività dovrebbe farsi carico in tal caso, attraverso idonei strumenti di perequazione, della sostenibilità di tali interventi ‘liberatori’.
Riteniamo che il successivo cammino del Piano Strutturale dovrà perseguire con la massima intensità quello che abbiamo chiamato l’incastro armonico degli interventi che dovranno riguardare Centro storico[14], Macrolotto zero, borghi, asse della declassata, parchi, all’interno dell’ottica più generale di area vasta e di accordi con i comuni e province limitrofe. Si tratterà, in sostanza, di superare una certa azione politico-amministrativa che ha visto privilegiare le Grandi Opere (quelle iniziate o quelle ipotizzate come l’intervento nell’area ex Banci) a scapito della ‘città costruita’.
Nell’ottica di una integrazione delle politiche in tale ambito, si considera utile una unificazione dell’assessorato all’Urbanistica e dell’Ambiente.[15]
Con questo documento l’ARCI pratese ribadisce una questione che la riguarda molto da vicino e che ha già posto sul tavolo del processo partecipativo che si è aperto e che porterà alla definizione dello Statuto del Territorio. Il riferimento è alla necessità della riorganizzazione della propria rete circolistica. Ciò risponde non solo ad esigenze funzionali od organizzative ma alla necessità di riconoscere e rendere più incisivo il ruolo di promozione culturale e sociale dei Circoli come luoghi vivi e concreti della ricomposizione e del dialogo nella città plurale e frammentata. Un ruolo che i Circoli già svolgono da sempre ma che ha bisogno dell’adeguato riconoscimento istituzionale delle esigenze di spazi e opportunità idonee nel ridisegno della città. Come abbiamo già detto, cogliamo nella presenza di vaste zone ex industriali non un problema ma una formidabile occasione per una crescita culturale e più equilibrata della città.
Impegnati come siamo con la necessità di trasferire molti nostri circoli e case del popolo, nati tanto tempo fa in contesti oggi del tutto cambiati, scorgiamo anche in quei capannoni vuoti la soluzione e senza consumo di nuovo territorio. Naturalmente, saranno necessarie regole stringenti per tutti: amministrazioni pubbliche, categorie economiche, associazioni ed enti di promozione sociale, culturale, sportiva nonché chiese di qualsivoglia confessione. Si dovrà rivolgere lo sguardo verso le aree ex industriali e sempre meno verso terreni vergini peraltro, ormai, ridotti al lumicino. Non avrebbe senso, infatti, costruire asili nido, scuole o nuove chiese su terreni liberi in presenza di oltre un milione di metri cubi dismessi.
III. ACQUA PUBBLICA E PUBBLICI SERVIZI
Venti anni e più di pensiero unico del mercato hanno cercato di trasformare i beni comuni in beni economici e i servizi pubblici in bisogni da acquistare. Energia, trasporti, telecomunicazioni, poste, servizi idrici, igiene ambientale sono considerati di ‘rilevanza economica’, quindi privatizzabili e da poter quotare in borsa.
Parlando del delicatissimo settore dei servizi idrici, l’attuale legislazione europea e nazionale ne favorisce oggettivamente il processo ‘privatistico’. L’acqua diventa un business per pochi e per i soliti noti. In Italia, con la legge 133 del governo Berlusconi (articolo 23 bis) diventerà sempre più difficile per i comuni gestire direttamente – cioè in house – il servizio idrico. Si conferma una scelta che ha alla base il convincimento che, in ogni caso, “privato è meglio”. L’ideologia neoliberista, trionfante in questi anni, ha costruito una vera e propria teoria sulla ineluttabilità dell’inefficienza della gestione pubblica e, in particolare, dei servizi di interesse economico generale gestiti in regime di monopolio pubblico.
Gli sconvolgimenti economico-finanziari e sociali di quest’ultimo anno stanno affossando un dogma di tale natura. In particolare, sull’acqua concepita come diritto collettivo e bene comune (e non mercificabile), si sta coagulando un fronte di lotta e mobilitazione molto ampio in Italia e nel mondo. Innumerevoli sono gli esempi di ripubblicizzazione delle risorse idriche. La più eclatante, negli ultimi tempi, è stata quella di Parigi e anche in Italia cresce il numero di amministrazioni locali che spingono in tal senso.[16]
Anche in Toscana, dove vige il sistema ‘misto’ pubblico-privato (reti di proprietà pubblica, gestione affidata a SpA con fortissima presenza di imprenditoria privata, a volte maggioritaria), si stanno affacciando i primi segnali di ripubblicizzazione dell’acqua[17] che evidenziano, in primo luogo, l’evidente necessità di un maggior protagonismo della parte pubblica: assemblee elettive e cittadini.
L’ARCI chiede che anche da Prato parta un’azione politico-istituzionale che induca la Regione Toscana a recedere da quel modello ‘misto’ che non ha portato assolutamente i benefici per le comunità, profetizzati a suo tempo.
La questione dell’acqua è, comunque, dentro a quella più generale dei pubblici servizi. Per l’ARCI si sta parlando di servizi di interesse ambientale e sociale per i quali sono fondamentali: 1) il ruolo del pubblico attraverso la proprietà e, come nel caso appunto dell’acqua, favorendone la gestione; 2) la valorizzazione del lavoro di chi opera in essi insieme alla costruzione di nuove forme di democrazia partecipata dei cittadini/utenti; 3) la necessità di continuare nelle operazioni di accorpamento e razionalizzazione degli AATTOO e delle aziende pubbliche; 4) il freno alle troppe terziarizzazioni ed esternalizzazioni i cui effetti, in gran parte negativi, sono oggi ben visibili.
Si deve partire, più in generale, dall’idea di fondo che l’attivazione dei soggetti organizzati nella società costituisce un elemento fondamentale nella definizione degli obiettivi e nell’erogazione dei servizi e che vanno promosse nuove forme di democrazia partecipativa[18]. La discussione non è all’anno zero. Di particolare interesse è la proposta di una sorta di “Conferenza di gestione partecipativa dei servizi pubblici”[19] in cui Istituzioni ed Enti/Aziende pubbliche (i soggetti titolari della programmazione, della proprietà e della gestione pubblica) si confrontino con le organizzazioni rappresentative dei lavoratori e con le associazioni rappresentative dei cittadini/utenti, con il compito di discutere e definire il profilo e gli obiettivi di fondo dei servizi, analizzando i bisogni e fissando risorse e livello quali-quantitativo delle prestazioni da erogare.
Anche in riferimento a questo ragionamento, l’ARCI ritiene che sia necessario istituire un assessorato specifico per le “Partecipate” per restituire a pieno la direzione politico/amministrativo di esse al Sindaco e alle assemblee elettive e per favorire partecipazione e controllo anche da parte dei cittadini/utenti, organizzati e non.
La gestione dei rifiuti
Pare acquisita ormai da parte di tutti, a cominciare dagli amministratori locali, la convinzione che la raccolta differenziata (‘porta a porta’) è la chiave di volta per la soluzione del problema rifiuti. Per tutti, nel nostro territorio, i clamorosi esempi di Vaiano (attualmente all’80% di raccolta differenziata) e del centro storico di Prato (dopo un mese, oltre il 70%).
Si può ben dire che avevano ragione (così come su tante altre questioni di carattere ambientale) tutti coloro che in questi anni si sono battuti - e l’ARCI è stato con essi - per far sì che le istituzioni e le ex municipalizzate virassero decisamente verso il porta a porta spinto. La richiesta di oggi dell’ARCI di Prato è di sviluppare questa metodologia di raccolta dei rifiuti in altre zone cittadine iniziando, magari, con la zona del Soccorso, considerata forse la più problematica per il porta a porta, data la presenza di condomini molto grandi e popolosi.
Più contrastata appare la scelta su come debba essere trattato il rifiuto residuale (a valle di procedure di raccolta differenziata spinta). Anche qui, forse cominciano a vacillare consolidate certezze circa il fatto che l’incenerimento rappresenti l’unica soluzione realistica possibile.
Una breccia in tal senso è stata sicuramente aperta dall’iniziativa del Comune di Campi Bisenzio che, all’indomani del referendum consultivo sulla realizzazione di un impianto di incenerimento nella Piana fiorentina (“Case Passerini”), ha sottoscritto un accordo con il “Comitato per il no agli inceneritori e per le alternative” per verificare la funzionalità di ‘buone pratiche’ a livello nazionale, per la prevenzione, la riduzione, il recupero e la tariffazione nonché quella, a livello internazionale, di tecnologie ‘a freddo’ per il trattamento della parte residua, alternative all’incenerimento, in grado di chiudere efficacemente e correttamente il ciclo dei rifiuti. A quello scopo è stata nominata una Commissione Tecnica costituita da quattro membri – due espressione del Comitato e due espressione dell’Amministrazione comunale – che hanno studiato, congiuntamente, diverse realtà[20].
E’ giusto sottolineare, prima dei risultati veri e propri della ricerca, che si è trattato di una vicenda esemplare proprio dal punto di vista riformistico. Contro le certezze di ognuno, più o meno forti, si è scelto l’indagine in loco, l’analisi empirica con il raffronto di esperienze concrete. In estrema sintesi, per quanto riguarda i risultati, si conferma che una raccolta differenziata molto alta rende inutile la costruzione di termovalorizzatori e che il trattamento meccanico biologico a freddo (TMB) emerge come la tecnica meno pericolosa e meno costosa[21].
L’ARCI di Prato chiede che la metodologia seguita dal Comune di Campi Bisenzio diventi prassi anche per la nostra città e per la prossima Amministrazione Comunale (e non solo riferita alla ‘questione rifiuti’). E’ necessario aggiornare la riflessione e lo studio circa le soluzione in campo per lo smaltimento del rifiuto residuale anche attraverso le visite in loco e l’organizzazione di momenti di studio e confronto scientifico tra esperienze diverse.
IV. COSTRUIRE LA “CITTA’ DELLE GENTI”
La società pratese è sempre stata caratterizzata da elevati flussi migratori. La domanda che ci poniamo oggi è se possiamo parlare di Prato come “città delle genti”. Pensiamo proprio di sì. Le implicazioni di questa definizione sono grandissime e, se declinata correttamente e coraggiosamente, può dar luogo a fatti positivi e duraturi per l’intera comunità pratese.
L’ARCI è impegnata da tempo, insieme alle associazioni del volontariato laico e religioso, nella costruzione di un dialogo che permetta di passare da una logica di diffidenza ad una di interazione e veda sempre più nelle nuove famiglie immigrate una risorsa fondamentale per la propria crescita culturale e sociale e non solo un problema. Siamo convinti che in una società che cambia velocemente come la nostra, i circoli e le case del popolo, pur tra mille contraddizioni, rappresentino ‘incubatori’ di associazionismo per gli immigrati con tutte le conseguenze positive che ne possono derivare, in termini di inclusione, amicizia e conoscenza reciproca. Il nostro approccio al ‘fenomeno immigrazione’ è alternativo a quello dell’attuale governo di destra e di coloro che, anche nella nostra realtà, alimentano campagne di paura, di disinformazione all’insegna dell’assurda equazione “immigrato = criminale”[22] Per questo combattiamo il contenuto fortemente discriminatorio presente negli ultimi provvedimenti del governo Berlusconi. Un impianto che nega la nostra Costituzione e introduce ulteriori veleni nella nostra società, promuovendo l’intolleranza e il razzismo. Con il pretesto di contrastare l’immigrazione clandestina, si colpiscono tutti gli immigrati soprattutto coloro che vivono e lavorano regolarmente nel nostro paese rispettando le leggi. L’integrazione diventa così un percorso ad ostacoli che esclude e inibisce i percorsi positivi di inserimento dei migranti nella società italiana.
Ma il nostro lavoro ha bisogno di essere sostenuto da un’azione coordinata e integrata delle istituzioni, a cominciare dal Comune e dalla Provincia, che non disperda, prima di tutto, l’ottimo lavoro d’inclusione e di conoscenza svolto, ad esempio, attraverso il “Laboratorio del Tempo” e da iniziative come “Alter Mundi”.
I rispettivi assessorati deputati alle problematiche della immigrazione devono integrare le proprie azioni e i propri interventi, molto di più di quanto sia stato fatto fino ad ora.
Sono necessari strumenti nuovi che mettano insieme istituzioni locali ed associazioni. Strumenti per mitigare la sostanziale marginalizzazione e umiliazione vissute da centinaia di migliaia di immigrati nel nostro Paese per l’assenza del diritto di voto e della riforma della cittadinanza. [23] Dare risposte concrete per rafforzare la battaglia più generale, che vede impegnata anche l’ARCI, per riformare le attuali norme sull’immigrazione[24] .
E’ da sottolineare il valore delle scelte – di segno contrario rispetto a quelle del governo di destra - che la Regione Toscana ha adottato in materia di immigrazione. La Legge toscana sull’immigrazione afferma principi fondamentali quali: la realizzazione del primato della persona indipendentemente dalla cittadinanza, attraverso il riconoscimento dei diritti inviolabili e l’attuazione di una piena cittadinanza sociale; la realizzazione di una società plurale e coesa, tale da favorire la valorizzazione delle culture di origine e delle tradizioni dei cittadini stranieri e contestualmente; il rafforzamento, attraverso un processo di interazione, della coesione sociale intorno ai principi e alle regole costituzionali, al fine di garantire il rispetto dei diritti di ciascuno e l’adempimento dei doveri individuali e collettivi. Passaggi che ribadiscono un concetto semplice e importante: se ancora non è possibile parlare di cittadinanza per i migranti almeno approviamo l’obiettivo del rinascimento della persona attraverso i diritti inviolabili e l’attuazione di una piena cittadinanza sociale.
Di particolare rilievo nella nostra città è il protocollo tra scuole cittadine, Comune e Provincia per favorire l’integrazione scolastica e, più in generale, le pari opportunità e il successo scolastico di quelli che saranno cittadini della Prato del prossimo futuro. Questo strumento va valorizzato e potenziato.
E’ proprio qui, sui ragazzi stranieri di seconda generazione che si gioca molto delle prospettive della nostra città. L’ARCI pensa da sempre che la massiccia presenza nelle nostre scuole di giovani provenienti da aree geografiche diverse e distanti sia una importante occasione per valorizzare il senso civico, la tolleranza ed il rispetto fra i ragazzi, in un quadro di reciproca conoscenza dei dati antropologici e culturali. Siamo convinti che mettere in sintonia tali conoscenze, creare un circolo virtuoso di scambi relazionali, basato sulla valorizzazione dei caratteri multietnici della società italiana, costituisce un obiettivo di grande portata, in grado di prevenire forme eclatanti o striscianti di paura, diffidenza ed in casi estremi, di razzismo. Anche qui si tratta di valorizzare al meglio i contenuti della legge regionale. [25] Il rafforzamento di tale protocollo passa anche attraverso la messa a disposizione di esso di facilitatori e persone competenti per favorire questi processi, dentro e fuori la scuola, ma anche e soprattutto per entrare dentro le famiglie immigrate, entità quasi sempre marginali e marginalizzate [26]
L’ARCI chiede, infine, alla prossima Amministrazione comunale di continuare ad essere città capofila del progetto SPRAR gestito dall’ ARCI riguardante i richiedenti asilo [27].
V. APPLICAZIONE DELLA LEGGE 383 DEL 7 DICEMBRE 2000 (“Disciplina delle associazioni di promozione sociale”)
Siamo in presenza di una legge dello Stato sostanzialmente disattesa. Eppure la sua piena applicazione potrebbe contribuire a quella valorizzazione del patrimonio associativo ARCI e non solo, considerata unanimemente una chiave di volta per la tenuta e la coesione sociale della nostra comunità.
In particolare, l’art. 32 di tale legge prevede la possibilità che da parte di Stato, Regioni, Province e Comuni si possa “concedere in comodato beni immobili ed immobili di loro proprietà, non utilizzati per fini istituzionali, alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato, per lo svolgimento delle loro attività istituzionali”. Si tratta di un dispositivo che potrebbe essere applicato nel caso, ad esempio, di strutture pubbliche come il circolo AC Iolo, la casa colonica nell’area ex Banci (di proprietà Consiag) o come l’ex podere nell’area della Multisala di Capezzana (quest’ultima, in base agli accordi sottoscritti, passerà al Comune di Prato). Non va dimenticato, inoltre, il ruolo importante giocato dalla legge 41 per il sostegno al rinnovamento e alle ristrutturazioni delle strutture circolistiche. Per essa, raccomandiamo una applicazione più equilibrata e più vicina alle esigenze delle strutture circolistiche e del volontariato che agiscono nel territorio pratese.
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